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    <title>Cronache Stories</title>
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      <title>La tragica storia di Luigi Meroni: il ribelle granata</title>
      <pubDate>Thu, 31 Oct 2024 13:00:44 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>La storia di Luigi Meroni raccontata da Giuseppe Pastore su Cronache di spogliatoio</p>]]>
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      <title>La storia di BOBO VIERI: l'ultimo vero BOMBER</title>
      <pubDate>Tue, 22 Oct 2024 17:44:48 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[La storia di Bobo Vieri raccontata da Giuseppe Pastore su Cronache di spogliatoio.]]>
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      <title>La notte PIÙ BUIA nella storia del Milan ||| Marsiglia-Milan 1991</title>
      <pubDate>Mon, 06 May 2024 08:00:00 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>Sono le 22 e 13 minuti e il cronometro in alto a destra ha appena superato il 45° minuto del secondo tempo, quando un difensore dell&#39;Olympique Marsiglia lancia lungo in direzione di Chris Waddle, che però è partito nettamente oltre l&#39;ultimo difensore del Milan. L&#39;arbitro svedese Karlsson fischia il fuorigioco, ma l&#39;atmosfera del Vélodrome è talmente carica di adrenalina, talmente prossima all&#39;incendio, che in migliaia lo confondono per il fischio finale. E allora chi si è già portato a bordo campo – fotografi, cameramen, semplici tifosi – fa invasione, e l&#39;arbitro si sbraccia per ricacciarli tutti indietro. Un crescente clima da Sudamerica. Costacurta lancia lungo verso Gullit, anticipato di testa, Massaro perde il contrasto e la palla finisce ancora sui piedi di Waddle, che inizia a correre a perdifiato verso l&#39;area del Milan. Arriva solo davanti a Sebastiano Rossi, ma è stremato e si abbandona a un tuffo di puro sfinimento. Ma l&#39;arbitro fischia ancora. Cos&#39;ha fischiato? Rigore? Simulazione? La fine della partita? Fischia e gesticola. Il pubblico riprende a festeggiare, ma ancora una volta ha capito male. In preda al delirio, in pochi si sono accorti che è cambiata la luce: mentre Waddle correva, il riflettore a sinistra della tribuna principale si è spento senza preavviso. E così Olympique Marsiglia-Milan del 20 marzo 1991, quarti di finale di ritorno di Coppa dei Campioni, adesso, è una partita sospesa.</p>]]>
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      <title>La TRISTE storia di ADRIANO l'imperatore</title>
      <pubDate>Mon, 29 Apr 2024 06:57:31 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>La TRISTE storia di ADRIANO l&#39;imperatore“Adriano! O garoto de 17 anos entrou no jogo e no primeiro lance empata a partida no Morumbi!”. Il telecronista brasiliano si esalta perché sul prato del Morumbi di San Paolo è nata la classica stella, il diamante grezzo ma purissimo, i cui margini di miglioramento si vedono a occhio nudo, e uno s&#39;immagina il massimo. Qualcosa che forse può andare persino oltre Ronaldo il Fenomeno, che nel 2000 si trova nel pieno del suo personale calvario e qualcuno inizia a sospettare che ormai sia il passato. Il 6 febbraio 2000 Adriano debutta con la maglia rubro-negra del Flamengo in una partita valida per il Torneo Rio-Sao Paulo, lanciato in campo al posto di Mauro Fonseca detto Maurinho – con la A. L&#39;idea dell&#39;allenatore Paulo Cesar Carpegiani si ripaga all&#39;istante, dopo pochi minuti, con il primo gol della carriera da professionista del non ancora Imperatore. Gli addetti ai lavori già lo conoscono, perché tre mesi prima, novembre 1999, ha fatto parte dei 18 convocati del Brasile ai Mondiali Under 17, in Nuova Zelanda, Mondiali vinti proprio dal Brasile in finale contro l&#39;Australia: lui non ha mai segnato, ma è stato l&#39;attaccante titolare della Seleçao in semifinale e in finale, in un&#39;edizione senza grosse stelle, in cui il capocannoniere, il ghanese Ishmael Addo, avrà una carriera anonima spesa tra Israele, Cipro e India. E il numero 10 del Brasile si chiama Cacà, ma non è quello che pensate voi: si scrive con due C, c-a-c-a, e nemmeno lui farà grossa strada.Questo Adriano lo conosce anche l&#39;Inter, che in Nuova Zelanda ha spedito un osservatore, Adelio Moro, che l&#39;ha prontamente segnalato alla società. Potrebbe arrivare già nel gennaio 2001, su spinta ulteriore di Salvatore Bagni, ma la crisi economica in Sudamerica rallenta le operazioni e a quel punto l&#39;Inter di Marco Tardelli, piuttosto male in arnese, preferisce puntare sull&#39;usato sicuro, Marco Ferrante. Ma adesso, per immaginare i primi sei mesi dell&#39;anno solare 2001, pensate a un montaggio alternato in cui, mentre il convalescente Ronaldo non gioca un solo minuto in partita ufficiale, e mentre l&#39;Inter arranca tra risultati umilianti, contestazioni e motorini lanciati dal secondo anello, Adriano scala alla velocità della luce il suo personale Pan de Azùcar, il Pan di Zucchero che domina Rio de Janeiro. Sulla panchina del Flamengo è seduto ora una leggenda come Mario Zagallo, 70 anni, che addestra Adriano a diventare qualcosa di spaventoso. Al Mondiale Under 20 in Argentina, estate 2001, fa cose eccezionali: segna due gol all&#39;Iraq, uno al Canada, due all&#39;Australia, uno al Ghana. L&#39;Inter capisce che non si può più aspettare e impalca col Flamengo un&#39;operazione di fantasia carioca: una triangolazione con il Paris Saint Germain con cui detiene le due metà del brasiliano Vampeta, un pacco epocale che nell&#39;Inter ha fatto in tempo a giocare otto partite ufficiali prima di sprofondare nell&#39;oblio. Ma ecco che Vampeta torna utile: il Flamengo lo acquista scambiandolo con due giocatori. Così al PSG va l&#39;attaccante Reinaldo, 22 anni, e all&#39;Inter, appunto, va Adriano.</p>]]>
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      <title>Inter-Borussia: LA LATTINA IN TESTA a Boninsegna che cancellò l’1-7</title>
      <pubDate>Tue, 16 Apr 2024 09:02:23 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>Nell&#39;autunno del 2020, quando l&#39;Inter di Antonio Conte li ha incontrati nel girone di Champions League, i tifosi del Borussia Monchengladbach hanno tenuto un comportamento un po&#39; insolito, quasi eccessivo per i luoghi comuni di una curva del Nord Europa. Si sono radunati sotto l&#39;hotel dell&#39;Inter fino alle 4 del mattino, cantando cori e sparando fuochi d&#39;artificio per tenerli svegli, e a un certo punto hanno esposto uno striscione: “Ricordati Inter: things go better with Coke”. Le cose vanno meglio con una Coca-Cola. Che strano. Guerrilla marketing? Pubblicità nemmeno tanto occulta? O è una battuta? E dov&#39;è la battuta? Per capire l&#39;inside joke, bisogna conoscere la storia. Una storia di quasi 50 anni prima.Nell&#39;ottobre del 1971 il mondo ascolta per la prima volta “Imagine” di John Lennon, ma poi non sempre si comporta di conseguenza. Anche il mondo del calcio, anzi l&#39;Europa del calcio, che si fa avvelenare da una battaglia legale senza precedenti. Il 20 ottobre 1971 l&#39;Inter va a giocare a Monchengladbach la partita d&#39;andata degli ottavi di Coppa dei Campioni, contro un Borussiatravolgente che trionfa 7-1: ma l&#39;Inter di fatto si è fermata dopo mezz&#39;ora, quando Boninsegna è stato colpito da una lattina di Coca Cola lanciata dagli spalti, è stato portato fuori in barella e naturalmente è stato sostituito. Convinti di avere già partita vinta a tavolino, i giocatori dell&#39;Inter hanno alzato le braccia dal manubrio e si sono lasciati sommergere. Ma a fine partita, con grande sorpresa, i dirigenti nerazzurri scoprono che i codici europei non funzionano come quelli italiani, e che non c&#39;è alcun punto del regolamento che norma una situazione del genere. Insomma, varrà il risultato del campo: e l&#39;Inter si è inconsapevolmente lasciata andare. 7-1. Bel guaio. E come si dice in questi casi? </p><p>Ah sì: Better Call Prisco.</p>]]>
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      <title>La magia del PESCARA di Galeone ||| Dal nulla al SOGNO</title>
      <pubDate>Mon, 08 Apr 2024 08:00:00 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>È esistito un tempo, prima dello streaming e di Livescore, prima degli spezzatini e delle Dirette Gol, prima di Sky e Tele+, in cui le partite di campionato si potevano seguire solo in tre modi: allo stadio, alla radio - Tutto il Calcio Minuto per Minuto - oppure al Televideo. E qui magari ai più giovani di voi dovrei spiegare che cos&#39;è il Televideo, ma per non farla troppo lunga do per assodato che lo sappiate: si andava a pagina 202 e si rimaneva lì a fissare lo schermo, aspettando che i risultati delle varie partite si mettessero a lampeggiare, segno che era stato appena segnato un gol. Poi, per scoprire il marcatore, si andava nella pagina apposita della partita, e così via per tutto il pomeriggio. Bene, quel pomeriggio del 13 settembre 1992 il Televideo sembrava impazzito: lampeggiava di continuo come il cielo di un temporale estivo, e soprattutto una partita su nove sembrava fuori controllo. Pescara-Milan: l&#39;unico primo tempo della storia della Serie A a essere finito 4-4.Metodo classico di sceneggiatura: si parte dal fondo, e poi si risale. Nel giugno del 1986, mentre in Messico un Diego sta trascinando l&#39;Argentina al titolo Mondiale, in Abruzzo un altro Diego fa retrocedere il Pescara in Serie C all&#39;ultimo minuto dell&#39;ultima giornata: si chiama Diego Zanin ed è il numero 16 della Triestina, che vince all&#39;Adriatico al 90&#39; e fa sprofondare il povero Delfino in un futuro incertissimo, lontano dalla magia della Serie A che aveva assaporato sul finire degli anni Settanta. Però, per fortuna del Pescara, l&#39;estate 86 non è solo l&#39;estate di Maradona, ma anche del Totonero-bis, che travolge un pezzo di Serie A e mezza Serie B, compreso il Palermo, finito quintultimo e inoltre minato da una grave crisi economica che non gli farà superare l&#39;estate. Il Pescara vive in apnea tutto luglio e agosto; formalmente è in Serie C, ma fissa speranzoso quella X inserita nei calendari di Serie B. Il direttore generale Franco Manni non vuole farsi troppe illusioni e ha allestito una rosa di ragazzini, con pochi reduci dall&#39;ultima disgraziata stagione e un allenatore di 45 anni, pescato dalla SPAL, serie C1 girone A, dove allena da due anni e ha concluso la stagione al sesto posto, molto lontano dal Parma di Arrigo Sacchi che ha vinto il campionato. Ma di Giovanni Galeone c&#39;è un dettaglio che ha colpito Manni: il primo anno a Ferrara aveva fatto due punti in sei partite, era stato esonerato, ma dopo un mese e mezzo i giocatori l&#39;avevano rivoluto. I giocatori non stanno mai dalla parte dei silurati, quindi questo Galeone doveva avere dei numeri. Tre, in particolare: 4-3-3, il sistema di gioco con cui diverte e si distingue in una categoria paludata come la serie C, con il tridente Gustinetti-Bresciani-Trombetta in leggero anticipo di qualche anno sul Foggia di Zeman: “L&#39;unico da cui ho copiato”, ammetterà sempre lui, “è stato il maestro Liedholm”.</p>]]>
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      <title>La TRAGEDIA che sconvolse il mondo del calcio italiano ||| Il caso RE CECCONI</title>
      <pubDate>Mon, 01 Apr 2024 08:00:00 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p><br>
“Ricordo il primo lancio col paracadute, a Pisa: eravamo affacciati dal portellone di un C-119, “Il vagone volante”. In cielo, a 500-600 metri d&#39;altezza, prima di buttarci, Luciano si gira e mi fa: “Gigi, e se non si apre?”.(Luigi Martini)Un uragano biondo, travolgente: in campo un vulcano di dinamismo e intensità, un centrocampista all&#39;olandese nella Lazio di Tommaso Maestrelli campione d&#39;Italia 1974. Fuori dal campo una delle anime più forti e riconoscibili di uno spogliatoio spaccato anche fisicamente: lui fa parte della fazione di Gigi Martini e Mario Frustalupi, in fermissima opposizione a quella di Pino Wilson e Giorgio Chinaglia; e come tutti i calciatori del mondo, anche Luciano Re Cecconi ha mille soprannomi. Il più immediato è “Cecco”, la contrazione del cognome, che nella fantasia del giornalista del Corriere della Sera Franco Melli diventa “Cecco-Netzer”, per la somiglianza con Gunther Netzer, sublime fantasista della Nazionale tedesca. Il più gratificante è quello che gli ha regalato padre Antonio Lisandrini, il frate francescano che accompagna la squadra e ha celebrato il suo matrimonio con Cesarina. Lo chiama “il Saggio”, perché Re Cecconi è portatore sano di quella follia che scorre lungo la Lazio anni Settanta come un fiume in piena, ma in più ha conosciuto la vita vera: calzolaio fruttivendolo elettricista, assistente nell&#39;autoofficina di suo cugino, prima di fare il salto nel calcio dei grandi, uno scudetto, due presenze in Nazionale, una convocazione pur senza mai scendere in campo ai Mondiali 1974. La pistola ce l&#39;ha avuta anche lui, s&#39;intende, come quasi tutti in quello spogliatoio in cui si spara un colpo di calibro 38 anche per spegnere la luce senz&#39;alzarsi dal letto. “Alzati tu”. “No, alzati tu”. “Non mi va”. “Aspetta... bum”. “Buonanotte, domani mattina quando ti alzi fai attenzione ai vetri”. Il presidente Lenzini ha un conto aperto con l&#39;hotel per i rimborsi di arredi e lampioni spaccati a colpi di arma da fuoco. Poi una sera Re Cecconi ha fatto finta di averne una in tasca, per fare uno scherzo, forse, non è chiaro, è tutto confuso, anzi non ha proprio senso. L&#39;ultima sera di Luciano Re Cecconi è un pasticciaccio brutto che ha teatro non in via Merulana, come il romanzo di Gadda, ma in via Francesco Saverio Nitti, quartiere Fleming, una zona molto signorile di Roma Nord dove abitano calciatori, politici, giornalisti, funzionari pubblici, imprenditori. La Lazio ci respira le giornate, iniziandole e finendole al Caffé Fiocchetti, prima e dopo gli allenamenti a Tor di Quinto: qualche giorno a preparare il cappuccino ci puoi trovare persino Chinaglia. È lì che è stata scattata una delle foto di culto della Lazio anni Settanta: Chinaglia a capo chino che sta leggendo il giornale, e alle sue spalle una scritta sul muro: “Laziali Bastardi”.</p>]]>
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      <title>L'incredibile TRIONFO all'ULTIMO SECONDO dell'Arsenal 1989 ||| Febbre a 90'</title>
      <pubDate>Mon, 25 Mar 2024 10:31:31 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>Questa è una storia di uomini. Non per forza grandi uomini; ma uomini d&#39;azione, che seppero farsi trovare pronti quando passò il treno, al posto giusto nel momento giusto. Sicuramente non grandi campioni: buonissimi giocatori sì, ma nessun fuoriclasse. Del resto l&#39;Arsenal 1988-89 non ha aperto un ciclo – anzi, l&#39;anno dopo non partecipò nemmeno alla Coppa dei Campioni, perché eravamo nel pieno dei cinque anni di squalifica che l&#39;UEFA aveva inflitto al calcio inglese dopo la strage dell&#39;Heysel. E nei 22 convocati dal ct Bobby Robson ai Mondiali di Italia 90 non ci sarà alcun giocatore dell&#39;Arsenal. Una squadra che è riuscita a diventare generazionale per incredibile effetto di una sola notte, che poi è diventata un libro, che poi è diventato un film. E pensare che l&#39;aggettivo che veniva in mente pensando all&#39;Arsenal galleggiante tra gli anni 80 e i 90 era uno solo, sempre lo stesso: “boring”. E bisognerà aspettare il 1994 affinché i tifosi dell&#39;Arsenal possano affinare la propria autoironia, e cantare loro il coro definitivo sul gioco forse cattivo ma terribilmente efficace di quei Gunners, sull&#39;aria di “Go West” dei Village People: “One-nil, to the Arsenal”, 1-0 per l&#39;Arsenal.</p>]]>
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      <title>I successi e i FALLIMENTI del Real Madrid dei GALACTICOS</title>
      <pubDate>Wed, 21 Feb 2024 08:33:17 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>Inizia tutto da un matrimonio. Michel Salgado, il terzino destro del Real Madrid che un mese prima a Parigi ha alzato l&#39;Ottava Coppa dei Campioni della storia del club, ha appena sposato Malula Sanz, la figlia del presidente del Real Madrid Lorenzo Sanz. Un matrimonio in famiglia: il 5 luglio 2000, alla Chiesa di San Jeronimo a Madrid, è stato invitato tutto il madridismo che conta, e anche qualche forestiero come José Ramon De La Morena, conduttore radiofonico del programma “El Larguero” su Cadena Ser, che qualche ora prima, però, ha ricevuto la soffiata di una notizia che non farà piacere al padre della sposa. Qualcuno sta progettando la scalata al Real Madrid: le elezioni si terranno a metà luglio, Sanz le ha volute anticipare, convinto di vincerle a mani basse ed essere perciò in carica nel 2002, l&#39;anno in cui si celebrerà il Centenario della Casa Blanca, fondata nel 1902. Ma qualcuno vuole fargli le scarpe: e quel qualcuno avrebbe un asso nella manica formidabile, e ancora nascostissimo. Possibile? Possibile, se quel qualcuno è Florentino Perez, il socio numero 5.894 del Real Madrid: la tessera gliel&#39;aveva regalata suo padre, quando lui aveva 13 anni. Un ingegnere dall&#39;aria mite, un costruttore silenzioso, per nulla incline al populismo, che non buca il video, ma che si è dato l&#39;obiettivo più ambizioso che ci sia per un presidente del Real Madrid: riportare il club ai livelli dell&#39;era di Santiago Bernabeu. Ricostruire il mito. E allora ha IL NOME. Un nome che è uscito da un sondaggio commissionato di nascosto da Perez a migliaia di soci del Real Madrid: se doveste indicare un solo nome che sognate di vedere giocare nel Madrid, chi scegliereste? E la maggioranza ha risposto Luis Figo, reduce da uno straordinario Europeo con il Portogallo, e soprattutto il vice-capitano del Barcellona.Il primo a scrivere di un pre-accordo tra Florentino e Figo, subordinato al risultato delle elezioni del 16 luglio, è stato il giornalista della , ma ad amplificarla in tutte le strade del Paese è De La Morena, che la annuncia in diretta nel giornale radio delle <a href="https://www.youtube.com/watch?v=EFiDGXT6tC8&t=1230s" rel="nofollow">20:30</a>. Quando arriva al ricevimento, De La Morena viene travolto di insulti da un Sanz inviperito, che davanti a tutti lo accusa di essere un bugiardo. La festa è rovinata. Non s&#39;è mai capito se fosse una notizia vera, un po&#39; gonfiata o del tutto inventata: sta di fatto che Florentino si appoggerà volentieri a questa voce, senza confermarla ma senza nemmeno smentirla, per costruire la sua clamorosa vittoria elettorale. Viene scritto che Florentino ha fatto una promessa a tutti gli 83.697 soci del Real Madrid: se verrò eletto ma Figo non arriverà, pagherò a tutti voi la quota annua di iscrizione al club. Nemmeno Figo pensava davvero che Florentino alla fine avrebbe vinto, e forse quell&#39;autografo sul pre-contratto era stato scritto con mano sin troppo leggera; ma così è, e poi in caso di passo indietro ci sarebbe da pagare una penale enorme, e poi in fondo Figo a Madrid andrà a guadagnare circa il quadruplo di quanto prendeva a Barcellona, e per pagare i 10,27 miliardi di pesetas che spettano al Barça, il neo-presidente attinge anche dal suo patrimonio personale.E così inizia la prima grande avventura di Florentino Perez a capo del Real Madrid, un&#39;avventura tortuosa, complessa, non priva di frasi oscure su sfondo blanco, che si riassume in una parola di dieci lettere, sei consonanti e quattro vocali, che identificherà per sempre quella squadra in ogni angolo del mondo: GALACTICOS.</p>]]>
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      <title>La notte MALEDETTA di Roma-Liverpool 1984 ||| Finale Coppa Campioni</title>
      <pubDate>Wed, 14 Feb 2024 14:27:34 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>La notte MALEDETTA di Roma-Liverpool 1984 ||| Finale Coppa Campioni<br>
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      <title>La MALEDIZIONE del RACING ||| I sette GATTI neri</title>
      <pubDate>Mon, 11 Dec 2023 12:08:42 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>La sera del 24 settembre 2002, in Argentina, su “Infinito”, va in onda la seconda puntata di “Pasiòn y misterio”. “Infinito” è un canale a pagamento specializzato in storie del mistero, esoterismo, fenomeni soprannaturali. “Pasiòn y misterio” è una serie dedicata ai grandi misteri del calcio argentino. La seconda puntata si chiama “Gato Encerrado”. Che in spagnolo è un modo di dire, significa “c&#39;è sotto qualcosa”, “qui gatta ci cova”. Ma in questo caso il titolo “Gato Encerrado” ha valore anche letterale: perché “gato encerrado” vuol dire letteralmente “gatto chiuso”, “imprigionato”. Sembra il titolo di un racconto dell&#39;orrore di Edgar Allan Poe, un incubo psicologico all&#39;insegna dell&#39;ossessione e della paranoia, ma invece è la realtà – la realtà romanzesca, l&#39;unica possibile, se sei in Argentina e c&#39;è di mezzo il futbol.Avellaneda è una città qualche chilometro a sud di Buenos Aires che sorge sul fiume Riachuelo, che nell&#39;Ottocento era di fatto il porto della capitale argentina. I due grandi stadi della città si trovano a 300 metri di distanza l&#39;uno dall&#39;altro, cinque minuti a piedi. Uno è il Cilindro di Avellaneda, la casa del Racing, costruito nel 1950, il primo stadio argentino con le tribune interamente coperte: per quei tempi, un gioiello di architettura. L&#39;altro è la Doble Visera, la casa dell&#39;Independiente, la prima squadra argentina a vincere la Libertadores ma senza poi riuscire a trionfare nell&#39;Intercontinentale, perdendo due finali consecutive nel 1964 e 1965, entrambe contro l&#39;Inter. Il Racing è la Academia, maglia biancoceleste. L&#39;Independiente è “el Rojo”, maglia ovviamente rossa. I colori del paradiso contro i colori dell&#39;inferno: potete già iniziare a intuire la rivalità. Il Racing è la squadra per cui faceva il tifo una leggenda vivente della cultura argentina: Carlos Gardel, la cui voce è stata dichiarata dall&#39;UNESCO patrimonio culturale dell&#39;Umanità, tessera numero 11.860 del club e amico personale di tanti calciatori del Racing anni Venti come Pedro Ochoa, citato espressamente in un suo tango, “Ochoìta, el crack de la aficiòn”. Per tanti decenni il “racinguismo” è stato sinonimo di allegria, bellezza, divertimento, ma quando arriva l&#39;Intercontinentale le acque si increspano e ogni partita diventa una battaglia, un gioco da canaglie, uno spettacolo vietato ai minori come tutte le sfide tra Europa e Sudamerica negli anni Sessanta, che alla fine obbligheranno la FIFA a cambiare il format e spostarlo in campo neutro in Giappone. E il triplo confronto tra Racing Avellaneda e Celtic Glasgow dell&#39;autunno 1967 non fa eccezione. Triplo? Triplo. Perché l&#39;andata a Glasgow finisce 1-0 per gli scozzesi, punteggio che il Racing riesce a contenere anche grazie a un atteggiamento sfacciatamente ostruzionistico, con tutto il catalogo di sputi, strattonate e tirate di maglie sconosciuto in Europa, prendendo di mira soprattutto l&#39;unico campione del Celtic, il numero 7 Jimmy Johnstone, tanto che a un certo punto Jock Stein quasi fa invasione di campo per tentare di placarli personalmente, con un po&#39; di sano buon senso scozzese. Ma al ritorno in Argentina, davanti a 120 mila spettatori il che rappresenta ancora oggi il record di capienza del Cilindro, le cose si complicano ancora prima del fischio d&#39;inizio: una grossa pietra colpisce in testa il portiere Ronnie Simpson, mettendolo fuori combattimento. Alcuni giocatori scozzesi vorrebbero dare forfait, ma a chi va comunicata la cosa? In tutto lo stadio non c&#39;è un solo delegato FIFA né UEFA. Il primo tempo termina 1-1: a un rigore coraggiosamente concesso dall&#39;arbitro uruguayano Marino, e trasformato da Gemmell, risponde il pareggio di Raffo segnato di testa in probabile fuorigioco. L&#39;intervallo dura 26 minuti a causa della protesta del Celtic, che al rientro negli spogliatoi ha avuto la bella sorpresa di non trovare più acqua nei rubinetti e nelle docce. </p>]]>
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      <title>Lo scontro RONALDO-IULIANO ||| L’episodio del secolo tra INTER e JUVE</title>
      <pubDate>Wed, 29 Nov 2023 11:39:05 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>“E comunque quello di Iuliano su Ronaldo era rigore”“Ma quale rigore, al massimo era ostruzione: punizione a due in area”“Ma ancora con questa ostruzione? Iuliano lo travolge in pieno!”“E&#39; Ronaldo che si fa travolgere!”“Ma tu veramente dopo vent&#39;anni continui a dire che non era rigore? Avevate avuto episodi a favore per tutto il campionato!”“Ma che stai dicendo? E il fallo di Taribo West su Inzaghi all&#39;andata a San Siro?”“E vabbè, e il gol di Turone allora?”“Ah fai lo spiritoso? E allora Calciopoli?”“Calciopoli cosa?”“Abbiamo pagato solo noi! E le intercettazioni tra Facchetti e Bergamo? Quelle non te le ricordi?”Uff...Il fallo di Iuliano su Ronaldo non sanzionato dall&#39;arbitro Ceccarini è uno degli spartiacque della storia del calcio italiano. È il più famoso errore arbitrale degli anni Novanta, un&#39;epoca post-monopolio televisivo RAI, quando le polemiche risultavano per forza di cose un po&#39; annacquate, diluite dal fatto che se ne parlava solo pochi minuti la domenica sera, al limite il lunedì mattina al bar o in ufficio, senza tornarci su a ogni ora del giorno e della notte. Ma gli anni Novanta erano anche un&#39;epoca pre-Internet: oggi ogni sciocchezza viene ingigantita, amplificata e diventa moltiplicatore di veleno. Nel 1998 ovviamente c&#39;erano già le tv, tante tv, pubbliche, private, locali, romane e milanesi. C&#39;erano i giornali, tanti giornali, sportivi e generalisti, di Torino e di Milano. Non c&#39;era ancora il Web – e menomale. Ma poi anche il Web si è impegnato a rendere eterna questa guerra civile di cui non s&#39;immagina ancora la fine, che gira intorno a quei maledetti cinque secondi attorno alle 16:25 di domenica 26 aprile 1998.</p>]]>
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      <title>Baggio CONTRO Lippi ||| La FAIDA</title>
      <pubDate>Mon, 20 Nov 2023 13:25:41 +0000</pubDate>
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      <title>La Reggina dei MIRACOLI ||| Da -11 punti alla SALVEZZA</title>
      <pubDate>Tue, 24 Oct 2023 08:07:06 +0000</pubDate>
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      <title>Gabriel Omar BATISTUTA ||| La storia del RE LEONE</title>
      <pubDate>Thu, 12 Oct 2023 10:10:05 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>Quando raccontiamo le storie dei grandi campioni, quando cerchiamo di riannodare il filo</p><p>delle loro imprese, ci focalizziamo spesso sui gesti tecnici. Sul colpo a effetto, sul numero,</p><p>sulla giocata che cattura l’attenzione quando meno ce l’aspettiamo. Facciamo</p><p>inconsapevolmente passare in secondo piano un aspetto che invece è fondamentale per</p><p>tutto questo: il corpo. Per ogni gesto tecnico che vediamo, dietro c’è un corpo che deve</p><p>non solo assecondarlo, ma proprio plasmarlo. Non è solo questione di mente, di intuito,</p><p>della capacità di leggere in anticipo ciò che sta per accadere. C’è anche un corpo da far</p><p>funzionare: la giusta coordinazione, lo scatto, il modo di arrivare con i piedi e le gambe sul</p><p>pallone prima di calciarlo in rete. E sono corpi, quelli dei calciatori, che vengono martoriati</p><p>dallo sforzo. Una fatica che si protrae per anni, una fatica diversa da quella che siamo</p><p>abituati a riconoscere in maniera naturale: non è lo sforzo di una persona qualunque che</p><p>si alza presto per andare a lavorare i campi, un tipo di pressione che riscontriamo in modo</p><p>immediato, che facciamo nostra per empatia, che ci è familiare. Un pensiero comune è</p><p>che quelli sono milionari, che è giusto che fatichino ed è ancor più giusto che non si</p><p>lamentino. La verità è che i calciatori, come tanti altri sportivi, portano il loro corpo a un</p><p>grado di esasperazione talvolta irreversibile. Ogni scatto, ogni conclusione, ogni colpo di</p><p>testa, fa alzare l’asticella dell’usura. E poi ci sono i casi estremi, quelli dei calciatori che,</p><p>per un motivo o per un altro, finiscono per avere ripercussioni sulla loro vita dopo il calcio.</p><p>È il caso di due meravigliosi centravanti che hanno attraversato gli anni Novanta: nel</p><p>momento in cui uno dei due iniziava a vivere il momento più difficile, quello che lo avrebbe</p><p>poi portato a lasciare prematuramente il calcio, l’altro sbocciava, meraviglioso, bellissimo.</p><p>Pur di rinunciare al dolore alla caviglia, pur di riuscire ad avere una vita normale, Marco</p><p>Van Basten un giorno decise – sbagliando tragicamente - di farsela bloccare, di rinunciare</p><p>alla piena mobilità. Era, secondo lui, il prezzo da pagare per tutti quei tacchetti che</p><p>gliel’avevano martoriata. Ma oggi non è di lui che vi voglio parlare, ne del fatto che le cose</p><p>per Van Basten sarebbero forse potute andare diversamente, o forse no...Vi parlo di un</p><p>uomo che ha legato la propria carriera a un certo tipo di irruenza fisica, un impatto</p><p>primordiale con gli avversari e con il pallone, inteso come oggetto da calciare con tutta la</p><p>forza che aveva in corpo. E che si è ritrovato, una volta lontano dai riflettori, a dover fare i</p><p>conti con delle cartilagini ormai svanite, con il rumore delle ossa che si toccano, con i</p><p>dolori allucinanti che tutto questo comporta. Quello tra Gabriel Omar Batistuta e il calcio</p><p>non è mai stato un rapporto di amore. È stato un centravanti di mestiere, perché così ha</p><p>interpretato lo sport: una professione da onorare, dando in cambio tutto quello che aveva,</p><p>cartilagini comprese. E per quella magia che avvolge il mondo del calcio, in cambio ha</p><p>ricevuto puro amore.</p>]]>
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      <title>Romário ||| Dalle FAVELAS ai 1000 GOL in carriera</title>
      <pubDate>Mon, 25 Sep 2023 12:46:51 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[«Sono nato a Jacarezinho e sono infinitamente grato alla favela. Qui ho imparato a viverecon dignità, ho capito che le persone, per essere rispettate, devono parlare in manieraschietta. Ecco perché dico sempre la verità: non mi importa che possa fare male aqualcuno»Rio de Janeiro è una città sterminata. Sotto gli occhi e le braccia spalancate del CristoRedentore del Corcovado si cela un mondo: quello smaccatamente turistico diCopacabana e Ipanema, quello sfacciato e divertito del Carnevale più conosciuto delmondo, quello capace di racchiudere una foresta, la foresta di Tijuca, all’interno di unacittà. Ha ospitato Mondiali e Olimpiadi, è stata capitale del Brasile per quasi due secoli.Per buona parte può essere paragonata alle principali metropoli mondiali, ma è una terradi enormi contrasti, emblema del Brasile stesso. Le favelas più conosciute ed estese delPaese si trovano proprio a Rio: baraccopoli realizzate con materiali di fortuna e stradenelle quali proliferano degrado e criminalità. Hanno rappresentato l’approdo naturale permigliaia, forse addirittura milioni, di ex schiavi: nel maggio del 1888 venne promulgata laLei Áurea, la Legge d’Oro, che aboliva la schiavitù nel Paese, ultimo atto di un processo diabolizione che era iniziato quasi quaranta anni prima, nel 1850. A firmare la Lei Áurea fuDona Isabel, principessa imperiale del Brasile, insieme al ministro dell’Agricolturadell’epoca, Rodrigo Augusto da Silva. Era, appunto, 1888. 135 anni fa. Solo 135 anni fa. IlBrasile, infatti, è stato l’ultimo Paese del continente americano ad abolire la schiavitù.Una delle principali favelas di Rio de Janeiro è Jacarezinho, nella zona nord della città.Secondo gli studiosi, non si tratta di una semplice baraccopoli, ma di un vero e proprioquilombo replicato in area urbana: per quilombo si intende una comunità fondata daschiavi africani fuggiti dalle piantagioni in cui erano rimasti a lungo prigionieri,generalmente collocata nelle zone interne del Paese. Questa la spiegazione del terminenel portoghese brasiliano. Se invece scendente giù in Argentina, armar un quilombosignifica semplicemente fare un gran casino...ogni collegamento non credo sia puramentecasuale...Tornando a Jacarezinho, ha rappresentato il rifugio per molti di quegli schiavideportati, diventando in assoluto la favela con la più alta concentrazione di afro-americani.Un territorio fortemente collegato alla figura di Getulio Vargas, visto che si trattava diun’area di proprietà della sua famiglia. Vargas fu il leader della rivoluzione brasiliana del1930, che pose fine alla Prima Repubblica: all’epoca presidente dello stato del Rio Grandedo Sul, fu sconfitto alle presidenziali da Julio Prestes e guidò l’insurrezione in seguitoall’assassinio di Joao Pessoa, il suo candidato vicepresidente.]]>
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      <title>Gigi BUFFON ||| La storia del PORTIERE più FORTE di sempre</title>
      <pubDate>Mon, 18 Sep 2023 13:46:00 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p> Guardate questo fermo immagine. Risale all&#39;8 marzo 1998, è un Parma-Inter di campionato. Il pallone, lo vedete, è in possesso del Parma: un difensore, Roberto Mussi, lo sta portando fuori dall&#39;area. Qualche metro indietro si riconoscono Cannavaro e Thuram, al limite dell&#39;area piccola individuerete facilmente anche Ronaldo il Fenomeno. Purissima Serie A anni Novanta, la migliore di sempre. Ma... non c&#39;è il portiere! Dov&#39;è il portiere? Dov&#39;è Buffon, e perché la porta del Parma è clamorosamente vuota nonostante il pallone sia ancora in gioco, all&#39;interno dell&#39;area di rigore? Se avrete qualche minuto di pazienza ve lo diremo, e vi spiegheremo perché questa è una delle immagini più simboliche della carriera di Gigi Buffon – un&#39;immagine in cui lui letteralmente NON C&#39;E&#39; – e riassume il valore e la diversità di uno dei più grandi portieri di tutti i tempi. Ora guardate questa seconda immagine: questa la riconoscete, no? La parata più gloriosa della carriera di Buffon – forse non la più bella, ma sicuramente la più gloriosa – nasconde un segreto tecnico. Guardate le gambe: al momento dell&#39;impatto tra il pallone e la mano destra di Buffon, le gambe sono ancora perpendicolari al terreno, quasi verticali. È lo stesso gesto tecnico che ritroviamo in tanti altri momenti della sua carriera, sia prima che dopo, per esempio in questa parata molto simile ma molto meno famosa contro il Widzew Lodz, agosto 1997, esordio assoluto in Champions League, quando Gigi non aveva nemmeno vent&#39;anni. Oppure in questa parata su Luis Suarez, in Barcellona-Juventus del settembre 2017, quando Buffon aveva già 39 anni. Lo stile della parata su Zidane, poi replicato così tante volte, risponde in parte a una delle grandi domande sulla carriera di Buffon: come ha fatto a durare così tanto? 1175 partite in carriera, 657 in Serie A, 176 partite in Nazionale: non possono essere stati solamente gesti di cortesia dei vari presidenti. No, oltre a un talento smisurato che era evidente a tutti fin dalla sua prima appar izione, dev&#39;esserci anche un sistema per rimandare il declino fino a dopo i quarant&#39;anni. </p>]]>
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      <title>Carlo MAZZONE ||| La storia di un allenatore LEGGENDARIO</title>
      <pubDate>Thu, 31 Aug 2023 10:22:39 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[Il calciatore più anziano mai schierato in Serie A da Carlo Mazzone si chiamava Renato Campanini, giocava nell'Ascoli ed era nato nel 1938. Il più giovane si chiamava Luca Tedeschi, giocava nel Bologna ed era nato nel 1987. Non sono giocatori famosi, ma il punto è un altro: tra loro due ci sono 49 anni, quasi mezzo secolo di storia d'Italia, una guerra mondiale, un referendum per passare dalla Monarchia alla Repubblica, un boom economico, svariate crisi economiche ed energetiche, otto Presidenti della Repubblica, due Re, sei Papi. Mazzone ha allenato l'Italia, l'ha letteralmente vista crescere, e non parliamo solo di Totti, Baggio, Antognoni ma di centinaia di... fuoriclasse, ottimi giocatori, brillanti promesse, promesse mancate, meteore, delusioni. Per 792 partite di Serie A, più tre spareggi salvezza, più due spareggi UEFA. Ha debuttato in Serie A nel 1974 quando nella tv c'erano solo due canali, il Primo e il Secondo, ed è tornato negli spogliatoi per l'ultima volta nel 2006, quando dall'altra parte del pianeta qualcuno era già riuscito a collegare il mondo intero con un'unica grande rete. Dalle dirette di Tutto il Calcio Minuto per Minuto, ma solo i secondi tempi, all'invadenza dei social dove alla fine era sbarcato anche lui, al giro di boa degli 80 anni, con l'aiuto del nipote Alessio che gli gestiva gli account. Mazzone è romanzo popolare, romanzo familiare, autobiografia positiva di una Nazione che è sempre pronta a bersagliare con l'invidia e la cattiveria i suoi figli migliori, ma in cinquant'anni su Mazzone non ha mai avuto niente da dire. C'è soprattutto l'etica del lavoro, la passione per il lavoro, qualunque esso sia: umile o aristocratico, di fatica o di concetto. Da bambino Carletto Mazzone aiutava suo padre nell'officina di Trastevere, da uomo ha solcato i mari della Serie A per ventotto stagioni senza mai far pesare il proprio status, senza mai dire "il mio calcio", senza mai voler essere didascalico. Ogni tanto con orgoglio ha rivendicato le proprie conquiste, i propri titoli: nessuno scudetto e nemmeno nessuna coppa europea, al massimo una semifinale di Coppa UEFA con il Bologna, per quanto clamorosa, rigenerando un campione come Beppe Signori e spremendo il massimo da gente come Jonathan Binotto e Amedeo Mangone. Nessun trofeo, a parte una Coppa Italia vinta da allenatore-ombra della Fiorentina nel 1975, ma qualcosa forse di più sottile e profondo. La certezza riconosciuta, universale, di essere un uomo perbene.]]>
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      <title>Silvio BERLUSCONI in 21 storie ||| Il presidente più VINCENTE di sempre</title>
      <pubDate>Wed, 05 Jul 2023 13:23:08 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>Silvio BERLUSCONI in 21 storie ||| Il presidente più VINCENTE di sempre</p><p><br>
</p><p>AL DIAVOLO!Formalmente, Silvio Berlusconi è stato presidente del Milan dal 10 febbraio 1986 al 13 aprile 2017. 31 anni e 29 trofei, tra cui 8 scudetti, 5 Champions League, 2 Coppe Intercontinentali e un Mondiale per Club. Ma scendendo più in profondità, la sua epoca splende e passa alla storia soprattutto per quello che ha fatto in prima persona fino alla primavera 1994, fino a quando l&#39;impegno politico non lo ha costretto a delegare la parte sportiva del suo impero, sempre di più, ad Adriano Galliani. Fino ad allora, non c&#39;era filo d&#39;erba di Milanello che si muovesse senza il consenso di Berlusconi: un uomo che, comunque la pensiate, ha cambiato radicalmente il mercato, la comunicazione, la tattica, il formato delle competizioni, persino le regole del gioco del calcio. A volte ha esagerato, altre volte ha speso troppo e non è stato un bell&#39;esempio, altre ancora è stato cattivo maestro di veri e propri avventurieri che, non essendo ricchi e potenti quanto lui, con il pallone si sono rovinati, e hanno rovinato altre società. Ma una cosa è certa: sul calcio di oggi Berlusconi ha lasciato un&#39;impronta profonda e incancellabile quanto quella di Buzz Aldrin sul suolo lunare. E alla fine è proprio così: ci piaccia o no, ci sia piaciuto o no, Silvio Berlusconi è stato il nostro “man on the moon”.Succede tutto nel giro di poche settimane: l&#39;Associazione Calcio Milan è sull&#39;orlo del baratro. A dicembre il presidente Giussy Farina ha annunciato le dimissioni e il motivo si scopre due settimane dopo: il vicepresidente Gianni Nardi, un imprenditore milanese a cui Farina deve sette miliardi di lire, ha presentato richiesta di sequestro delle azioni di Farina che costituiscono il 51% del Milan. Si apre la crisi e si scoperchia il pentolone: i giocatori non ricevono da mesi lo stipendio, l’Irpef non pagata supera i tre miliardi di lire, alcuni club battono cassa, ad esempio il Portsmouth non ha ancora ricevuto il pagamento della terza rata di Hateley. Farina scappa in Namibia, sulle rive del fiume Okavango, dove non esiste l&#39;estradizione per reati fiscali; la gestione del Milan passa a Nardi. Il petroliere Dino Armani sembra a un passo dal rilevare la società e ha già annunciato il suo metodo per risanare i conti: vendiamo Baresi alla Sampdoria e Maldini alla Juventus. Sabato 8 febbraio il Cavaliere convoca il suo gabinetto di guerra a Villa Suvretta, un sontuoso palazzone di pietra grigia a Sankt Moritz, che gli è stato affittato dallo scià di Persia per 436 milioni all’anno. Per evitare di rimanere impantanato nella burocrazia e nei ricorsi, bisogna forzare la mano, magari anche minacciare di fare un passo indietro. Il 9 febbraio, in Milan-Sampdoria, il popolo di San Siro insorge con striscioni molto espliciti: “Silvio, cancella questa società di ladri”. Anche Nardi “tifa” per Berlusconi: prende tempo con Armani e la sera del 10 febbraio chiude la trattativa con il Cavaliere. Vanno tutti a festeggiare alla Risacca, un ristorante in via Marcona a un passo da piazza Cinque Giornate, fino alle due e mezza del mattino. A quell’ora già sono aperte le prime edicole: l’allegra combriccola si trascina fino in Porta Venezia, in cerca della storica prima pagina della Gazzetta. Foto di repertorio del Cavaliere con un bicchiere in mano, e accanto il titolo: “Berlusconi annuncia: sì, il Milan l&#39;ho preso io”.</p>]]>
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      <title>La storia di KVARATSKHELIA ||| Alla scoperta di un FENOMENO</title>
      <pubDate>Mon, 19 Jun 2023 11:09:29 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>La storia di KVARATSKHELIA ||| Alla scoperta di un FENOMENOPrendete uno di quei romanzi russi da duemila pagine, tipo Guerra e Pace, Lev Tolstoj, 1869: poemi di stampo omerico, che travalicano le epoche. Di quelli che poi diventano anche film, tre ore e 19 minuti, con Vittorio Gassman, Audrey Hepburn, Henry Fonda, regia di King Vidor, un Oscar come miglior film straniero più altre quattro nomination. Sono ancora possibili storie così? Sono ancora credibili storie così? Forse solo nel calcio, l&#39;ultima forma di intrattenimento del Novecento che ancora resiste all&#39;usura del tempo. E non è facile nemmeno nel calcio di oggi, dove tutto è conosciuto, tutto è parametrato, tutto è scoutizzato, niente è lasciato al caso, niente più rimane ignoto. Quasi niente. Qualcuno ogni tanto sfugge ai radar. Però bisogna andare a pescarlo in Russia, e passare attraverso una crisi economica, una crisi sportiva, parecchi cambi di allenatore, una pandemia mondiale, purtroppo anche una guerra. Ma se ce la fai, se riesci a districarti con lo stile di una spia nella Vienna degli anni Quaranta e uscire vincitore da questo labirinto di passaporti, tornei giovanili, provini e intermediari, poi va a finire che ti porti a casa il miglior giocatore del campionato. E allora buon divertimento con questo piccolo kolossal contemporaneo, anche questo – come Guerra e Pace del 1956 – prodotto... da De Laurentiis.Il primo cenno all&#39;esistenza di Khvicha Kvaratskhelia sulla stampa occidentale risale all&#39;11 ottobre 2018, quando il Guardian – una delle migliori redazioni sportive d&#39;Europa – pubblica la lista dei migliori 60 giocatori nati nel 2001, che quel giorno hanno tutti 17 anni. Come sempre, ci sono futuri campioni, per esempio Rodrygo del Real Madrid, Eric Garcia del Barcellona, oppure il nostro Nicolò Fagioli, ma anche qualche giocatore che non è ancora esploso, tipo l&#39;olandese Daishawn Redan, giovanili di Ajax e Chelsea, che ha concluso la stagione 2022-23 al Venezia. E poi c&#39;è Khvicha Kvaratskhelia, che gioca nel Rustavi, una squadra che si barcamena a metà classifica del campionato georgiano dopo che l&#39;anno prima era stata promossa in prima divisione. Leggiamo: “Conosciuta in passato per ottimi giocatori offensivi, da tanto tempo la Georgia non sforna più talenti di grosso calibro. Kvaratskhelia, tuttavia, sembra avere tutte le carte in regola per essere per tanti anni il miglior calciatore georgiano. Tecnicamente è molto dotato, come tanti giovani georgiani, ma spicca anche per altre caratteristiche. Prodotto del vivaio della Dinamo Tbilisi, è forte fisicamente, ha un&#39;ottima accelerazione ed è sempre imprevedibile nell&#39;uno contro uno. Cosa molto importante, è capace di usare entrambi i piedi. Non è ancora stato paragonato a nessun calciatore famoso del passato, ma se guardiamo all&#39;estero vengono in mentre tre nomi: Julian Draxler, Julian Brandt, e Leroy Sané. Kvaratskhelia ha esordito da professionista a 16 anni, ha segnato tre gol e ne ha segnato uno per l&#39;Under 17 della Georgia nelle qualificazioni a Euro 2018. Ha già attirato l&#39;interesse del Bayern Monaco, della Lokomotiv Mosca e di alcuni club di Serie A”.</p>]]>
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      <title>Dalla Serie C allo Scudetto ||| Il Napoli di De Laurentiis ft. @willmedia ​</title>
      <pubDate>Thu, 04 May 2023 15:06:57 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>Cronache di spogliatoio e Will Media per la prima volta insieme vi raccontano il Napoli di De Laurentiis in un&#39;intervista di Francesco Oggiano al nostro Giuseppe Pastore.</p>]]>
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      <title>EURODERBY 2003 ||| I sei giorni che paralizzarono Milano</title>
      <pubDate>Fri, 21 Apr 2023 11:46:37 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>Venerdì 21 marzo 2003 a Milano è il primo giorno di primavera, come in qualunque altra parte dell&#39;emisfero boreale. 24 ore prima gli Stati Uniti di George W. Bush hanno ufficialmente dato via alle procedure d&#39;invasione dell&#39;Iraq, appoggiata anche dall&#39;Italia, e tutte le città d&#39;Europa hanno risposto con mobilitazioni di massa contro la guerra. Anche a Milano: scioperi, una veglia notturna sul sagrato del Duomo, un corteo di almeno 50mila persone da largo Cairoli fino in Duomo. All&#39;Ospedale Sacco un uomo di rientro dal Vietnam è stato ricoverato per motivi precauzionali: manifesta tutti i sintomi della SARS, la nuova epidemia esplosa a novembre nel Sud-Est Asiatico. Il caldo tarda ad arrivare: minima di 2 gradi, massima di 16, cielo sereno con qualche nuvola nel pomeriggio. Ma intorno a mezzogiorno la temperatura emotiva della città schizza alle stelle: a Nyon c&#39;è il sorteggio del tabellone della fase a eliminazione diretta della Champions League. Il Milan ha una sola possibilità su tre di evitare un derby italiano: beccherà sicuramente una tra Inter, Juventus e Ajax. E invece, per dirla con le parole di Adriano Galliani, succede un miracolo.Un mese dopo, le italiane fanno tutte e tre il loro dovere. Martedì 22 aprile, l&#39;Inter elimina il Valencia dopo 90 minuti di resistenza commovente e un Toldo da 9 in pagella; la Juventus sbanca il Camp Nou con un gol nei tempi supplementari del Panterone Zalayeta. E quando la sera dopo, al 90&#39; appena scoccato, una combinazione Inzaghi-Tomasson manda il Milan in paradiso, il cantore rossonero Carlo Pellegatti non riesce a trattenersi e pronuncia in diretta una frase che potrebbe urlare solo un pazzo, oppure un uomo incredibilmente ottimista.“Siamo in finale!”. Il Milan già sapeva che nell&#39;eventuale semifinale avrebbe affrontato l&#39;Inter... e Pellegatti urla “siamo in finale”. Ma se pensate che in quei giorni tutta Milano, sia la parte rossonera che nerazzurra, proclami spavalda la propria superiorità cittadina, sappiate che siete lontanissimi dalla verità. Come!, diranno i non milanesi, “la città più razionale, ottimista, sbruffona d&#39;Italia, anche lei vittima di queste sciocche scaramanzie”. Tutto vero, tutto nero. Per dirla alla Billy Costacurta, “inizia la settimana peggiore della vita calcistica di Milano”. Immaginiamola come un lungo e angosciante thriller, con i giorni scanditi da scritte bianche su sfondo nero, come in Shining.</p>]]>
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      <title>Quando TRE ITALIANE arrivarono in FINALE nelle COPPE europee ||| 19 aprile 1989</title>
      <pubDate>Wed, 22 Mar 2023 09:16:32 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>Nella storia della musica sono poche le date che hanno l&#39;onore di essere diventate il titolo di una canzone: in Italia la più famosa è “4 marzo &#39;43” di Lucio Dalla, oppure nel resto del mondo c&#39;è anche “8 aprile &#39;82” di Beck. Sono ancora meno le date che hanno addirittura dato il titolo a un intero disco: tra queste c&#39;è l&#39;undicesimo album di Francesco De Gregori, che s&#39;intitola “Miramare 19 aprile 1989”, come l&#39;inizio di una lettera, di una cartolina o un articolo di giornale.È un album pieno di inquietudine verso il presente, che usa toni aspri per parlare di cronaca, di inquinamento, di traffico di organi, di aborto. Un disco anche piuttosto amaro, volutamente poco sintonizzato sul mood ottimista, tendente all&#39;euforia, del decennio che sta finendo in bellezza per il nostro Paese. La data prescelta da De Gregori è anche per coincidenza una data storica per il calcio italiano: 19 aprile 1989, quando per la prima volta portiamo una squadra in finale in ognuna delle tre Coppe Europee: la Coppa delle Coppe, la Coppa UEFA, la Coppa dei Campioni.A beneficio dei più giovani bisogna ricordare com&#39;erano organizzate negli anni Ottanta le tipiche settimane di Coppa: tutte le partite al mercoledì, chi prima chi dopo, di pomeriggio, in prima serata o in differita notturna. Con mille variabili: il segnale via satellite, i diritti televisivi che non erano collettivi come oggi ma gestiti da ogni squadra di ogni Paese, eventuali scioperi dei giornalisti o degli operatori radio-televisivi. Oggi c&#39;è l&#39;UEFA che fa in modo di non sovrapporre due partite importanti, o perlomeno ci sono le tv che hanno pronto il canale Diretta Gol per consentirci di seguire un po&#39; tutto. Ma negli anni Ottanta, niente di tutto questo.Eccovi il palinsesto televisivo di mercoledì 19 aprile 1989:ore 15:30, Rai2, Sampdoria-Malines, telecronaca di Ennio Vitanzaore 20:15, Rai 3, Bayern Monaco-Napoli, telecronaca di Giorgio Martinoore 20:30, Rai1, Milan-Real Madrid, telecronaca di Bruno PizzulPoi, per i più affamati, Sredets Sofia-Barcellona, seconda semifinale di Coppa delle Coppe, alle 18:30 su Capodistria, dove alle 22:45 andrà in onda in differita anche Dinamo Dresda-Stoccarda, seconda semifinale di Coppa UEFA. E forse a questo punto avrete notato la totale assenza di squadre inglesi, e c&#39;è un motivo: dopo il disastro dell&#39;Heysel, 29 maggio 1985, l&#39;UEFA le ha squalificate in blocco dalle Coppe per cinque anni. Un provvedimento severissimo per debellare la piaga degli hooligans, che il governo di Londra sta recependo con grande fatica: quattro giorni prima a Sheffield, il 15 aprile 1989, a margine della semifinale di FA Cup tra Liverpool e Nottingham Forest, sono rimasti sul prato di Hillsborough i corpi senza vita di 97 tifosi Reds. Anche se in questo caso gli hooligans c&#39;entrano ben poco: le responsabilità sono tutte della polizia di Sheffield, oltre che di stadi antiquati, scomodi e molto pericolosi, che nel giro di dieci anni in Inghilterra verranno tutti messi in sicurezza.Il mercoledì di Coppa, con le semifinali di ritorno di tutte e tre le Coppe, arriva anche per dimenticare la tristezza di un weekend tragico che rappresenterà un punto di non ritorno nel rapporto tra il calcio e l&#39;Inghilterra. E adesso, possiamo cominciare.</p>]]>
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      <title>La storia di GIGI LENTINI ||| Il campione INCOMPIUTO</title>
      <pubDate>Wed, 22 Feb 2023 10:14:54 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[«Potevo essere molto di più, anche se ormai ci penso poco. Del calcio mi piaceva solo il campo, tutto il resto no. Sono sempre stato un ragazzo tranquillo, non una testa di cazzo: chi mi conosce, lo sa»Di quanti talenti ci siamo chiesti: «Come sarebbe andata se avesse fatto una scelta invece di un’altra?». Questa è una di quelle storie. Ma è anche la storia di come un determinato modo di raccontare il calcio e i suoi protagonisti possa finire per creare una visione distorta, una narrazione facile ma lontana dalla realtà. Per troppo tempo, si è cercato di ricamare storie sul suo modo di vivere. I capelli lunghi, l’orecchino in vista, le automobili di lusso. Gianluigi Lentini voleva soltanto giocare a calcio. E lo faceva splendidamente, forte di un fisico bestiale e di una padronanza tecnica innata. Chi l’ha detestato, confondendo la sua riservatezza per spocchia, vi dirà che ha fatto troppo poco per meritare di essere ricordato. Chi lo ha amato, invece, vi spiegherà che quel poco è stato più che sufficiente per vedere all’inizio degli anni Novanta un calciatore avanti dieci anni.Gigi Lentini nasce a Carmagnola nel marzo del 1969, ma soltanto perché lì c’è l’ospedale. Cresce infatti a Villastellone, un quarto d’ora più a nord, purissima campagna torinese: il sole che d’estate cuoce i tetti delle case e che d’inverno, invece, si vede meno. Il pallone diventa subito un passatempo che domina le sue giornate e a dieci anni è già nel vivaio del Torino, che in quegli anni non è solo un serbatoio per la prima squadra, ma per tutto il calcio italiano. Sergio Vatta, allenatore della Primavera e maestro di calcio giovanile, era entrato in società in pianta stabile due anni prima: merito anche di un’imbeccata che non era stata assecondata da Gigi Radice. Nel 1975, quando allenava l’Ivrea e per un giorno a settimana faceva l’osservatore per i granata, era stato portato a Lione da Giacinto Ellena, responsabile del vivaio del Toro, per andare a vedere il ventenne Michel Platini, all’epoca stellina del Nancy. Erano anni in cui il mercato estero, per i club italiani, era inaccessibile per regolamento: le frontiere erano ancora chiuse dopo il fallimento mondiale del 1966. Vatta rimase stregato da Platini, facendo presente al club che si poteva opzionare con cento milioni, ma alla fine non se ne fece nulla. Ma torniamo a Lentini, alla sua crescita nel settore giovanile. Vatta lo vede per la prima volta durante una partita degli allievi, a Mathi Canavese. È un colpo di fulmine. Osserva questo corpo che sembra uscito dalle mani di Canova fare su e gi ù sulla fascia, apparentemente senza fatica. C’è da lavorare, ovviamente, perché Lentini si piace un po’ troppo e il luogo comune del dribblomane fumoso è dietro l’angolo. Ma Vatta ha già capito che quella materia prima è fin troppo semplice da plasmare e da rendere un giocatore di altissimo livello. «In pochi hanno fatto la differenza come lui nelle giovanili. La maglia numero 7 finiva sempre stracciata. Una volta fece quattro gol alla Samp, nell’ultimo scartò mezza squadra, si fermò sulla linea di porta, aspettò il portiere e segnò. Eravamo al Fila, il portiere era Pagliuca che lo inseguì per tutto il campo». (Sergio Vatta)Si guadagna in fretta la chiamata delle nazionali giovanili, gli esperti di cose granata lo devono tenere d’occhio già nella stagione 1986-87, quando inizia a trovare un po’ di spazio in prima squadra agli ordini di Radice e vince il Viareggio in Primavera, insieme all’amico Diego Fuser. Giocare con il numero 7 nel Torino non è come farlo in altre squadre. La mistica che si porta dietro una maglia che fu di Gigi Meroni e di Claudio Sala non sembra però turbarlo più di tanto. Il calcio di Lentini è istintivo, spensierato. Per certi versi, anche un po’ arrogante. In due stagioni mette insieme poche presenze da titolare e tanti spezzoni. L’obiettivo della società è verificarne la tenuta su una stagione intera e così, nell’estate del 1988, viene mandato ad Ancona, in Serie B.]]>
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      <title>La SCONFITTA più BELLA nella storia dell’Inter ||| L’IMPRESA al Camp Nou</title>
      <pubDate>Wed, 15 Feb 2023 14:24:35 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p><br>
</p>Tutti quelli che passavano da Barcellona almeno per un weekend tra il 2009 e il 2012 difficilmente riuscivano a resistere alla tentazione di dare quantomeno un'occhiata al più grande spettacolo del mondo. Un calcio ipnotico e visionario, la miglior orchestra mai assembleata dai tempi del Milan di Sacchi al servizio di un direttore di furibonda genialità, ma anche uno spettacolo costoso, esclusivo, globale nel senso più puro del termine, con migliaia di spettatori americani, indiani, giapponesi che si mischiavano ai tifosi locali, disposti a spendere qualunque cifra per 90 minuti di Messi e compagni. Nelle notti più torride era tutto esaurito anche il quarto anello del Camp Nou, da cui – notoriamente – non si vede niente, il calcio sembra virtuale e i giocatori sembrano dei pixel indefinibili come in un vecchio videogame. Quest'ingranaggio apparentemente perfetto, che coniugava risultati e stile – il Barça con le magliette sponsorizzate Unicef, su cui Mourinho avrebbe ironizzato un anno dopo – questa macchina infernale che macinava titoli spagnoli e internazionali, che aveva vinto una Champions League nel 2009 e un'altra ne avrebbe vinta nel 2011, fu sabotato il 28 aprile 2010. In dieci, nel Duemila-Dieci, a difesa di un risultato che, privato del trattino, diventa anch'esso un Dieci. 10 cartoline da Barcellona, la più bella sconfitta della storia dell'Inter.Era considerato dormiente dal 1821, ma intorno alla mezzanotte del 20 marzo 2010 il vulcano islandese Eyjafjöll, punta di diamante del ghiacciaio Eyjafjallajökull (eiafiatlaiòcutl ), ha la bella idea di risvegliarsi ed eruttare. È l'ultimo sabato sera invernale: l'Inter ha rallentato a Palermo, 1-1, gol di Milito e pareggio di Cavani, ed è andata a dormire con un filo di preoccupazione perché il Milan di Leonardo, il giorno dopo, battendo il Napoli in casa potrebbe operare il sorpasso in vetta alla classifica – ma non ci riuscirà. Per un mese il vulcano islandese rimane un accidente trascurabile e non trova spazio sui giornali fino a metà aprile, quando un'altra grossa eruzione crea un'enorme nube di ceneri vulcaniche che appesta i cieli di tutto il continente e causa disagi, ritardi e cancellazioni in tutti gli aeroporti d'Europa. Così il Barcellona arriva a Milano dopo 15 ore di viaggio in pullman stile gita scolastica, con unica tappa a Cannes: un pullman extra lusso, naturalmente – qui vedete Puyol che prova a rassicurare i tifosi postando su Twitter le foto degli interni.Ma la sfacchinata lascia alcune scorie nelle gambe dell'ultrastressato Barça, che dopo il gol di Pedro cade con tutte le scarpe nella strategia approntata da Mourinho: difendere bassissimi e ripartire, fino a pungere tre volte con Sneijder, Maicon e Milito. Anche su Inter-Barcellona 3-1 si potrebbe parlare per giorni interi e solo lo show finale di Balotelli meriterebbe una parentesi di mezz'ora. Ad ogni modo, nonostante i due gol di scarto, il Barça è ancora sinceramente convinto che si sia trattato di un episodio isolato e irripetibile, anche se Iniesta è infortunato e salterà anche il ritorno, anche se i cinque cartellini gialli – tra cui quello di Puyol, diffidato e squalificato – dovrebbero allarmare un po' Guardiola sulla delicatezza anche psicologica del doppio confronto. Del resto, il punteggio che serve l'hanno già ottenuto a novembre, nel girone, un Barcellona-Inter in cui il 2-0 finale stava fin troppo stretto al Barça, perdipiù senza Leo Messi. Niente, la parola è solo una, recitata come un mantra, agitata come un grido di battaglia: “remuntada”. “Io ho raccomandato ai miei giocatori di inseguire un sogno, mentre invece per il Barcellona è un'ossessione. Il sogno è più puro dell'ossessione. Per il Barcellona raggiungere la finale di Parigi nel 2006 e Roma nel 2009 è stato un sogno, ma arrivare alla sfida decisiva al Santiago Bernabeu, nella tana del Real Madrid, è un'ossessione. Li capisco: lo sarebbe anche per noi se andassimo a giocarci la Champions a Torino".(José Mourinho, c]]>
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      <title>La leggenda di LEV YASHIN ||| L’UNICO portiere PALLONE D’ORO</title>
      <pubDate>Sun, 25 Dec 2022 09:00:26 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p><br>
</p><p><br>
</p>Nella cultura occidentale il portiere è sempre stato un uomo solo. A volte maledetto – pensate aMoacir Barbosa, passato alla storia come l'unico responsabile del Maracanazo – a volte pittoresco, estroso, fuori dagli schemi. “Per fare il portiere bisogna essere un po' matti”, si dice, o quantomeno non soffrire troppo il peso della solitudine. C'è anche una poesia di Umberto Saba, si intitola “Goal”, la descrizione di un gol dal punto di vista dei due portieri: quello che l'ha subito è disperato, distrutto, “contro terra cela la faccia a non vedere l'amara luce”. L'altro esulta sì, ma da lontano, cerca invano di imbucarsi alla festa degli altri: “La sua gioia si fa una capriola/si fa baci che manda di lontano/della festa – egli dice – anch'io son parte”. In Russia, invece, è tutto diverso: in Russia il portiere è un eroe nazionale, letteralmente “l'estremo difensore”, il capitano morale, l'esempio da portare ai bambini. Ladifesa della porta si sovrappone alla difesa della Patria: sarà retorico?, sì, lo è, ma ovunque il calcio è retorica, spirito di squadra, senso di appartenenza. Se da noi il portiere è un escluso, in Russia il portiere include tutti gli altri, tutto il popolo. C'è un articolo del 2006 del Guardian, scritto dal grande Jonathan Wilson, che s'intitola: “Perché tutti i russi vogliono essere portieri?”. La risposta sta in un nome, poi in un secondo nome patronimico, infine in un cognome: Lev Ivanovic Jascin.Il giovane Lev Jascin abbraccia davvero la vocazione del portiere ben oltre i vent'anni. Fino al 1949non va oltre la squadra B della Dinamo Mosca. È stato notato da Arkady Chernyshov, allenatore delle giovanili della Dinamo, la squadra del Ministero dell'Interno, dove però tra i pali vige la logica del posto fisso: una delle poche tracce di proprietà privata nell'Unione Sovietica, proprietà di Aleksei Khomich, “la Tigre”. Khomich era il biglietto da visita della prima squadra di calcio sovietica che abbia messo il naso oltre-cortina dopo la guerra: nel novembre del 1945 la Dinamo si è esibita in alcune amichevoli a scopo puramente promozionale in Inghilterra, contro il Chelsea e il Tottenham, e lui ha rubato la scena. Una leggenda vivente. Ti puoi affacciare in campo solo nelle rare volte in cui Khomich è infortunato, o casomai per un'amichevole: come quella contro il Traktor Stalingrado, primavera del 1949, il debutto di Lev Jascin in prima squadra. Un debutto da sogno, un debutto daincubo: a un certo punto, sul rinvio del portiere avversario, prolungato dal vento, fa per andare inpresa alta ma si scontra con un difensore e la palla finisce in rete, tra le risate generali. Secondachance: 2 luglio 1950, derby sentitissimo tra Dinamo e Spartak, Khomich si fa male e dalla panchina l'allenatore Dubinin ordina a Jascin di entrare in campo. I suoi sono avanti 1-0, mancano pochi minuti alla fine, ma arriva un'altra uscita a vuoto. Leggenda vuole che dopo la partita un dirigente dellaDinamo faccia irruzione in spogliatoio con parole piuttosto nette: “Sbattete questo cretino fuori dalla squadra”. Terza chance, quattro giorni dopo, 6 luglio 1950: e questa finalmente la vince, sì, ma la vince 5-4, perché il giovane Jascin ha preso 4 gol dalla Dinamo Tbilisi. Ok ragazzo, gli dicel'allenatore, sarà per un'altra volta.Come da manuale del giovane calciatore anni Quaranta e Cinquanta, Lev Jascin ha avuto un'infanzia difficile. Sua madre è morta di tubercolosi quando lui aveva sei anni. Poi, a undici anni, è arrivata la guerra: insieme a suo padre Ivan è stato evacuato da Mosca nell'ottobre 1941, trovando riparo a Ulyanovsk, 900 chilometri più a Est. ]]>
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      <title>La più GRANDE PARATA della STORIA ||| "La parata del SECOLO" su Pelé</title>
      <pubDate>Thu, 22 Dec 2022 14:07:07 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[Guadalajara, Messico, 7 giugno 1970. Il responso del termometro, per i giocatori che stanno perscendere in campo, è devastante. Fanno 38 gradi, non si respira. La partita è stata fissata amezzogiorno per questioni di diritti televisivi: anche più di cinquanta anni fa, erano le tv a dettare itempi, per consentire di trasmettere il match a un orario interessante per le emittenti europee.Ok, è soltanto una partita di girone del Mondiale. Ma è quella più attesa. Negli spogliatoi si sentequel rumore ipnotico dei tacchetti che sbattono a terra. È la favola del calcio che prende vita. Nellapancia dello stadio si muovono i protagonisti. Pelé, Jairzinho, Carlos Alberto. E poi Bobby Moore,Hurst, Bobby Charlton. C’è anche il miglior portiere del Mondiale precedente, quello del 1966. Sichiama Gordon Banks e non vede l’ora di poter affrontare Pelé. Non lo sa ancora, ma sta perconsegnare ai posteri quella che è stata definita, con discreta ragione, la parata del secolo.THE “BOGOTÀ BRACELET”L’Inghilterra arriva ai Mondiali del 1970 per difendere il titolo vinto quattro anni prima.L’entusiasmo della vigilia si spegne di colpo in Colombia, scelta dalla federazione inglese perpreparare fisicamente i giocatori alle sfide imposte dall’altitudine che troveranno in Messico. In unmomento di relax, Bobby Moore e Bobby Charlton entrano nella gioielleria Fuego Verde: devonocomprare un regalo alla moglie di Charlton, ma nulla di quello che gli viene mostrato li convince. Idue, scoraggiati, si accingono a lasciare il negozio. Ed è qui che succede qualcosa di impensabile.La manager del negozio, tale Clara Padilla, li raggiunge di corsa e li accusa di avere fatto sparire unbraccialetto. C’è molta confusione, i due negano tutto, gli schiamazzi arrivano alle orecchie delcommissario tecnico inglese Ramsey e alla fine Moore e Charlton possono andarsene. Sembra unfatto di poco conto: la preparazione della squadra prosegue, l’Inghilterra batte la Colombia inamichevole, poi anche l’Ecuador a Quito, quindi torna a Bogotà per un lungo scalo aereo in attesadel volo per Città del Messico. Neil Philips, il medico della squadra, peraltro presente all’internodella gioielleria al momento dei fatti, consiglia inutilmente alla federazione di prenotare un volocon uno scalo alternativo a Panama: idea bocciata sul nascere. Tutti a Bogotà, dunque.Staff e calciatori stanno guardando un film quando due agenti colombiani in borghese irromponoe portano via Bobby Moore, il capitano che nel 1966 aveva ricevuto dalle mani della reginaElisabetta la Coppa Rimet, arrestandolo per furto. L’arresto in modalità riservata è una gentileconcessione della polizia colombiana dopo un lungo lavoro diplomatico dell’ambasciatore inglese:gli agenti, inizialmente, avevano pensato di intervenire direttamente davanti ai giornalisti. Èemerso un nuovo testimone, Alvaro Suarez, che giura di avere visto Moore uscire dalla gioielleriacon il braccialetto scomparso. Ramsey, spiazzato dalla situazione, decide di far comunque salire igiocatori sull’aereo per Città del Messico, comunicando alla squadra dell’arresto una volta in volo.« Bobby Moore un ladro e Bobby Charlton suo complice? Era come se ci avessero dettodell’arresto di Madre Teresa per crudeltà su dei bambini».(Gordon Banks)Moore non viene portato in carcere ma a casa di Alfonso Senior, il presidente della Federcalciocolombiana. Arresti domiciliari decisamente particolari, per consentire a Moore di allenarsi inattesa della ratifica delle accuse. Il giudice Justice (ebbene sì) Peter Dorado chiede a Padilla diricostruire la vicenda ma la sua versione non collima più con quella raccolta subito dopo i fatti:dice di aver visto Moore mettere il braccialetto nella tasca sinistra del suo blazer, ma il blazer diMoore non ha tasche. Anche il valore del braccialetto si impenna improvvisamente: passa da 500 a5.000 sterline. Qualcosa non quadra. Il 28 maggio, Moore viene rilasciato per insufficienza di prove, pur dovendo ]]>
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      <title>La FAVOLA del CAMERUN ||| Italia ‘90</title>
      <pubDate>Tue, 20 Dec 2022 13:46:19 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p><br>
</p>Questa storia inizia dall'Isola della Réunion, in pieno Oceano Indiano: quel che tecnicamente i francesi chiamano DOM (départment d'outre-mer), dipartimento d'oltremare, perché pur trovandosi a 420 chilometri a Est del Madagascar è territorio francese e risponde alle leggi e agli statuti della Repubblica Francese. Qui è ambientato uno dei film meno riusciti di François Truffaut, “La mia droga si chiama Julie”, con Jean-Paul Belmondo e Catherine Deneuve. Qui sta letteralmente svernando quello che è probabilmente il più grande calciatore africano degli anni 80: Roger Milla, 38 anni, l'unico giocatore della Jeunesse Sportive Saint-Pierroise, squadra di terza categoria francese, a percepire un regolare stipendio. Ha un grande avvenire dietro le spalle che risale per esempio al 1981, quando aveva vinto la Coppa di Francia con il Bastia, segnando un gol in finale contro il Saint Etienne di Platini. Nel 1989 Milla ha preso un solo voto al Pallone d'Oro. Sì, ma il Pallone d'Oro africano! Per la cronaca, ha vinto un giovane attaccante liberiano del Monaco, un certo George Weah. E Milla è arrivato cinquantesimo, a pari merito con tutta una serie di sconosciuti di cui oggi non si trova traccia nemmeno su Wikipedia: Amegassé, Makinka, Mutumbile, Rasoanaivo, Wachironga...Quest'anno ha preso un voto: l'unico a votarlo è stato il corrispondente dell'Herald di Harare, principale quotidiano dello Zimbabwe, ma si è trattato più che altro di un atto di fede. Il Pallone d'Oro Africano lui l'aveva già vinto, sì, ma nel 1976, tredici anni prima, quando giocava con il Tonnerré Yaoundé. Ha pure chiuso con la Nazionale, per una questione personale: mentre stava giocando un'amichevole contro l'Arabia Saudita, sua madre è morta. Il Ministro dello Sport gli aveva promesso che l'avrebbero ricoverata, ma non l'aveva fatto. E allora, per onorare la sua memoria, è diventato la versione black di Achille nel primo libro dell'Iliade: si è ritirato sdegnato nel suo accampamento, alla Réunion, e ai Mondiali andateci voi. Senza di lui, il Camerun ha fatto una figura magrissima alla Coppa d'Africa 1990: eliminata ai gironi da campione uscente da Zambia e Senegal, un disastro.A Italia 90 il Camerun è finito in un girone durissimo: i campioni del mondo dell'Argentina, i vice-campioni d'Europa dell'Unione Sovietica, e la Romania che è imperniata sul blocco della Steaua Bucarest finalista di Coppa Campioni nell'89. Così, a due mesi dalla partenza per l'Italia, tocca intervenire al presidente della Repubblica in persona: Paul Biya. In realtà la gran parte dell'opinione pubblica e della stampa sportiva non sono entusiasti dell'idea di supplicare in ginocchio Milla, però Biya è uno che sa fiutare l'aria: gode di un certo seguito nel Paese, tanto che alle elezioni del 1988 è stato rieletto con il 98,75% dei voti – anche se, secondo qualche maligno, ha pesato il fatto che fosse l'unico candidato. Flashforward: a febbraio Paul Biya compirà 90 anni ed è TUTTORA il presidente della Repubblica. Così scavalca l'opinione del ct, che farebbe a meno pure lui di richiamare Milla, e sguinzaglia il suo ministro dello Sport, Joseph Fofé – quello che due anni prima non aveva mantenuto la promessa – e lo costringe a umiliarsi al cospetto di Milla. E lui, come Cincinnato, accetta di riprendere le armi e ballare la sua Last Dance con tutti gli altri Lions Indomptables, i Leoni Indomabili. In quel momento il Camerun detiene un curioso record di cui va molto fiero: è l'unica Nazionale della Terra a non aver mai perso nemmeno una partita ai Mondiali. C'è stato solo una volta, nell'82, ed è tornato a casa dopo tre pareggi contro Perù, Polonia e Italia, con qualche sospetto di combine che è stato sempre sdegnosamente negato sia da noi che da loro. ]]>
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      <title>Alan SHEARER al GENOA ||| Lo SCHERZO più crudele di sempre</title>
      <pubDate>Wed, 14 Dec 2022 10:47:18 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>Da una parte una tifoseria in subbuglio, dall’altra una pioggia di smentite. In un giorno di giugno del 2004, con il mercato teoricamente ancora sonnecchiante, a svegliare tutti dal torpore ci pensa Il Secolo XIX, lo storico quotidiano di Genova. La notizia è di quelle in grado di scuotere il calciomercato nazionale anche se riguarda una squadra che in quel momento milita in Serie B: il Genoa, che nella stagione precedente ha chiuso al quindicesimo posto nel campionato cadetto in quello che era stato il primo anno di presidenza di Enrico Preziosi, è pronto ad annunciare l’arrivo di Alan Shearer, prossimo ai 34 anni, ma pur sempre reduce da una stagione da 22 gol in Premier League, secondo nella classifica dei marcatori del campionato inglese soltanto a una stella internazionale come Thierry Henry. Ma com’è possibile?</p><p>Enrico Preziosi è un personaggio picaresco, un uomo che a 30 anni aveva fondato, nel garage di casa, la Giochi Preziosi, ottenendo un successo smisurato fino a mettersi in società con Silvio Berlusconi. &nbsp;Quella nel Genoa è la sua terza avventura nel mondo del calcio: anzi, la quarta, se si considera il ruolo di azionista di minoranza nella Carrarese. Arriva soprattutto dalle due esperienze al Saronno e al Como, lasciato con un addio a dir poco tumultuoso dopo averlo riportato in Serie A per mettere le mani sul Grifone appena retrocesso in Serie C1 e, nel giro di qualche mese, tornato in B grazie allo scossone provocato dal caso Catania. Ora immaginatevelo stanco, dopo una giornata di lavoro e di telefonate relative al mercato del Genoa: è a casa, l’unica cosa di cui sente la necessità è un po’ di relax. Ma intorno alle dieci di sera riceve una chiamata dalla sua addetta stampa.</p><p>“Mi disse che il Secolo XIX stava chiedendo conferma di un presunto accordo che avevamo trovato con Alan Shearer. Le dissi di riferire al giornale che era tutto vero: contratto triennale, avrebbe giocato con il Genoa. Mi era sembrato uno scherzo divertente: mai avrei pensato che lo mettessero in prima pagina” &nbsp;Nasce così, un po’ per noia, un po’ per divertimento, una delle storie di mercato più assurde che il calcio italiano abbia mai dovuto maneggiare. I giornalisti del Secolo XIX, forti di una conferma che più diretta non si può, lasciano che la storia faccia il suo corso.</p><p>Per dirla con le parole di Fabrizio De André, una notizia un po’ originale non ha bisogno di alcun giornale. E così, con il passare delle ore, vola veloce di bocca in bocca, fino ad arrivare in Inghilterra. Alan Shearer, in quegli anni, è un monumento del Newcastle e un totem della Premier League: a fine carriera i gol segnati dal 1992, anno del passaggio dalla First Division al nuovo torneo, saranno 260. In quel momento sono solamente, si fa per dire, 243. Il Newcastle ha appena chiuso la stagione al quinto posto e ha raggiunto la semifinale di Coppa Uefa. E tutti i media inglesi si chiedono come sia possibile un affare del genere. Su quali basi, per il club e per un giocatore di questo calibro? Il club smentisce, l’ex capitano dell’Inghilterra cade dalle nuvole.</p><p>“Ho letto di questa notizia, ma è totalmente falsa. Mi rimane un solo anno da calciatore, il mio unico obiettivo è riuscire finalmente a vincere qualcosa con il Newcastle, che ha i migliori tifosi del mondo. Considererei di lasciare solamente se Bobby Robson mi dicesse che non sarò un titolare nella prossima stagione”</p><p><br>
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      <title>L’ULTIMO gol di LE TISSIER ||| Quando LE GOD fece esplodere SOUTHAMPTON</title>
      <pubDate>Fri, 11 Nov 2022 12:45:38 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>Se mai dovesse capitarvi di passeggiare per le strade di Southampton alla ricerca di quello che fu il vecchio stadio dei Saints, non trovereste altro che un centro residenziale. È il prezzo da pagare per la modernità: il St Mary’s sorge a pochi metri dalle rive del fiume Itchen mentre il The Dell era uno di quegli impianti squisitamente britannici, con gli spalti che trovavano spazio in mezzo alle case, spuntando all’improvviso tra i vicoli. Lì dove una volta c’era il prato, oggi c’è il parcheggio interno del condominio. E tra i vari appartamenti ce ne è uno riadattato a casa vacanze, prenotabile online, senza fatica. I gestori, con una mossa illuminata, gli hanno dato il nome dell’uomo che su quel prato aveva guadagnato i gradi di divinità. E che, in quanto tale, aveva realizzato l’ultimo gol segnato in gare ufficiali all’interno di quello stadio. 19 MAGGIO 2001 – ULTIMA PARTITA UFFICIALE AL THE DELL L’incredibile carriera di Matthew Le Tissier sta giungendo al termine. Non aveva mai avuto i crismi dell’atleta modello, ma da un paio d’anni il suo declino pare evidente. È costantemente sovrappeso, non riesce a reggere i ritmi di una Premier League che è cambiata sotto i suoi occhi, diventando un campionato sempre più competitivo, in grado di attirare campioni che per anni avevano snobbato l’Inghilterra. Per amore del Southampton, o anche solo per la volontà di non uscire dalla comfort zone che si era creato, nel corso degli anni aveva rifiutato offerte di ogni tipo. Nel 1990 aveva detto no al Tottenham, la squadra per cui faceva il tifo da bambino. Seguiva le partite degli Spurs da lontano, da Saint Peter Port, la capitale di Guernsey, un pezzo di terra che sorge tra la Francia e l’Inghilterra: Channel Islands, le chiamano da quelle parti. Una zona particolare, che ricade sotto le dipendenze della Corona non per la sovranità del Regno Unito, ma per quella dell’antico Ducato di Normandia. Era arrivato giovanissimo al Southampton e non se ne era più andato, segnando gol incredibili, perché il modo di calciare di Le Tissier non aveva rivali. Era in grado di trovare la porta da distanze siderali, con angoli impossibili. Vederlo ciondolare in mezzo al campo palla al piede, abbozzando dribbling che riuscivano soltanto grazie al suo straordinario talento tecnico, non potendo contare sulla rapidità, era un’esperienza per certi versi addirittura surreale. Esiste una generazione cresciuta vedendo i gol di Le Tissier in maniera fugace, in quelle sintesi iper rapide che passavano sui canali secondari o satellitari, un rifugio per gli esteti. Italiani, tedeschi, spagnoli, rapiti a guardare delle magie che passavano in tv di sfuggita, con sorpresa e ammirazione. «In una tv catalana c’era un programma di mezz’ora ogni lunedì in cui facevano vedere i migliori gol della Premier League. Le Tissier c’era sempre, ogni settimana. Faceva dei gol assurdi. Pum! Pallone sotto l’incrocio. Pam! Finta e pallone sopra la testa di un difensore per poi fare gol. Pum! Una punizione incredibile. Mi chiedevo: “Ma perché rimane al Southampton? Potrebbe giocare con chiunque!”. In casa eravamo tutti fissati per lui» (Xavi) Aveva avuto un rapporto a dir poco controverso con la Nazionale inglese. Nonostante le prodezze, non era entrato per davvero nel giro fino all’arrivo in panchina di Glenn Hoddle, il suo idolo da bambino: era il 1996, con i sogni del primissimo «Football’s coming home» mandati in fumo dal rigore di Gareth Southgate contro la Germania. Si era ritrovato in campo in una partita dal peso specifico enorme, quella di Wembley contro l’Italia. Una gara che l’Italia di Cesare Maldini aveva vinto grazie a una saetta di Gianfranco Zola, lasciando a bocca aperta gli inglesi, che pure erano già abituati da qualche mese a vedere da vicino le giocate di quello che avevano ribattezzato, con un tocco di genialità, “Magic Box”.</p>]]>
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      <title>L'attore di DEADPOOL ha comprato la 3ª squadra PIÙ ANTICA del mondo per portarla in Premier League</title>
      <pubDate>Fri, 04 Nov 2022 14:30:41 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>“Odio dirlo, ma ora sono così ossessionato dal calcio che sto iniziando a odiarlo” (Ryan Reynolds) &nbsp;Se siete appassionati di cinema, il nome di Ryan Reynolds sicuramente vi suona familiare. Potrebbe risultarvi un po’ più oscuro(.) quello di Rob McElhenney, ma se nel corso degli anni avete amato la serie It’s Always Sunny in Philadelphia, allora non avrete dubbi neanche su di lui. Ok, ma cosa c’entrano due attori, produttori e sceneggiatori con una delle storie di Cronache? Questo insospettabile duo ha deciso di investire 2 milioni e mezzo di dollari nel Wrexham, club gallese che milita nella National League, il quinto livello del calcio inglese. Una mossa apparentemente senza senso, vista la distanza dalla Premier League, ma che in poco più di un anno e mezzo ha già portato frutti notevoli. &nbsp;&nbsp;Il Wrexham, per la coppia di attori, rappresentava una base intrigante da cui partire: buonissime strutture per la categoria e una storia interessante. Se è ancora più o meno dibattuto il fatto che rappresenti la terza squadra professionistica più antica della storia, non sembrano esserci dubbi sul fatto che sia il club più antico del Galles. Lo stadio è sempre lo stesso dall’anno della fondazione, il 1864: si gioca al Racecourse Ground, un impianto costruito addirittura nel 1807. Il suo primo utilizzo, come è facile intuire dal nome, fu quello di ippodromo. La prima partita di calcio giocata al Racecourse Ground fu quella tra il Wrexham e una selezione cittadina di vigili del fuoco: era il 22 ottobre del 1864. Nel corso della sua lunghissima storia, non è mai andato al di sopra della Seconda Divisione inglese, apice raggiunto nella stagione 1978-79, stesso anno in cui costrinsero al replay il Tottenham nel quarto turno di FA Cup. Parallelamente, il Wrexham disputava anche la Coppa del Galles, vinta ben 23 volte: questo gli ha permesso, nel corso degli anni, di partecipare spesso alla Coppa delle Coppe. Il miglior risultato europeo della storia del club è il quarto di finale raggiunto nel 1976, perso di misura contro l’Anderlecht.</p>]]>
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      <title>L'ULTIMA CHAMPIONS della Juventus ||| Ajax - Juventus 1996</title>
      <pubDate>Tue, 25 Oct 2022 16:00:00 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>Il primo indizio su chi vincerà la finale di Champions League 1996 Juventus-Ajax compare sullo schermo quando l'arbitro Diaz Vega ha fischiato l'inizio da meno di dieci secondi. Davids appoggia a Frank De Boer che allarga a sinistra per Winston Bogarde, un metro e 95, il più alto dei colossi olandesi. A naso, un frontale con Bogarde non sembra il modo migliore per iniziare una finale di Champions: ma non è questa l'idea di Moreno Torricelli, che debutta nella partita falciandolo di netto nella sorpresa dello stesso Bogarde, che non si aspettava di essere livellato al suolo dopo dieci secondi. L'Ajax campione in carica, presuntuoso e ottimista come da tradizione olandese, non se l'aspettava una Juventus così.Nella primavera 1994 la Juventus ha sterzato di 180 gradi, passando da Boniperti e Trapattoni alla cosiddetta Triade – in ordine alfabetico Roberto Bettega, Antonio Giraudo e Luciano Moggi – che come primo atto fondante della rivoluzione ha messo in panchina Marcello Lippi, tecnico senza pedigree che non è ancora andato oltre un piazzamento UEFA con il Napoli. Scelta felicissima. La squadra da battaglia che il 22 maggio 1996 aggredisce e soffoca l'Ajax in un pressing senza quartiere è la fusione di tre anime distinte e complementari, la modernità e la tradizione. La prima anima è quella tecnica, nata dopo una pesante sconfitta a Foggia nell'ottobre 1994: da quel giorno Lippi ha ordinato ai suoi uomini di rischiare, alzare il baricentro, sottoporre ogni avversario a un pressing feroce. La squadra l'ha seguito compatta come un blocco di granito già dalle partite successive: due settimane dopo, l'1-0 con il Milan campione d'Italia e d'Europa finito 11 volte in fuorigioco ha fatto capire a Lippi che la strada è quella giusta. C'è un grande leader motivazionale a dare l'esempio e tirare la carretta, Gianluca Vialli. A seguirlo un gruppo di buoni giocatori, nessun campione, accomunati dalla fame di chi ha mangiato il pane duro della bassa serie A o addirittura della serie B: Angelo Di Livio, Antonio Conte, Sergio Porrini, Fabrizio Ravanelli. Il caso più eclatante è quello di Moreno Torricelli, pescato nel 1992 dalla Juventus nel reparto Imballaggi &amp; Spedizioni di un mobilificio di Giussano, dove pare che sia esposta una targa in omaggio al loro dipendente più famoso. Giocava in serie D, nella Caratese, e ha folgorato Trapattoni in un'amichevole estiva tanto che il Trap ha insistito con la società per regalargli un mese di prova. Non se n'è più andato. Roberto Baggio lo ha soprannominato “Geppetto” e ogni tanto, scherzando, gli chiede se può sistemare i tavolini che ballano in spogliatoio; ascolta musica heavy metal, in campo gioca con una foga agonistica ineguagliabile e uno sguardo spiritato che all'Avvocato ricorda gli occhi di Totò Schillaci nelle Notti Magiche di Italia 90.Tutti i giorni, fin dal ritiro di Chatillon, li torchia in allenamento “il marine”: Giampiero Ventrone. Ventrone fa segnare un passaggio brutale dalle preparazioni soft di Trapattoni a quattro-cinque ore di palestra di seguito, con punte di sadismo inedite per il calcio degli anni Novanta. Il principale strumento di tortura si chiama “la campana della vergogna”, un esercizio che stimola non solo i muscoli ma anche l'orgoglio: enorme, tutta dorata, la campana sta in un angolo del campo, onnipresente in ognuno dei massacranti esercizi fisici ideati da Ventrone. Il primo giocatore a mollare è obbligato ad andarla a suonare, in segno di resa: un momento che li umilia anche psicologicamente davanti ai compagni. E ora guardatele quelle facce nel momento più importante della loro carriera, mentre Andrea Bocelli sta cantando l'inno della Champions. Sono impressionanti: non ce n'è uno che stia fermo, tutti scalpitano, sciolgono i muscoli, sbuffano, impazienti di scaricare la tensione di queste settimane. &nbsp;</p><p><br>
</p>]]>
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      <title>RONALDO ‘98 ||| Quando il FENOMENO diventò LEGGENDA</title>
      <pubDate>Tue, 18 Oct 2022 16:00:22 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>Proviamo a fare un piccolo esperimento. Chiudete gli occhi. Se vi dico: «Pensate alla prima immagine di Ronaldo con la maglia dell’Inter nella sua prima stagione», cosa vi viene in mente? Il gol a Parigi contro la Lazio, quella danza che stende Marchegiani e consegna definitivamente la Coppa Uefa all’Inter dopo le firme di Zamorano e Zanetti? Oppure quella sfida aperta all’impenetrabilità dei corpi a Mosca, il controllo orientato in mezzo a due centrali dello Spartak ridotti a sagome, la capacità di pattinare sul fango tra un difensore e l’altro come se fosse totalmente incorporeo? La sterzata a Bologna nel giorno del suo primo gol in Serie A, la finta di calciare con il destro per poi ritrovarsi il pallone di colpo sul sinistro, con Paganin incapace di elaborare in pochi secondi quanto stava accadendo? O forse la punizione a giro contro il Parma, un bacio alla traversa e Buffon impietrito, impossibilitato ad abbozzare una qualsiasi reazione? E se invece fosse quella fuga alle spalle dei centrali milanisti nel giorno del derby di ritorno? Moriero che mette in mezzo un pallone telecomandato dalla trequarti e il corpo di Ronaldo che si modella in volo per trovare il modo migliore per andare all’impatto, l’emblema plastico del concetto che si portava dietro in una celebre campagna pubblicitaria: la potenza è nulla senza controllo. Sono tutte scelte legittime, perché pescare dall’album dei ricordi di quella prima stagione interista di Ronaldo è praticamente impossibile. Non c’era nulla che non potesse fare, nulla che non gli riuscisse. Faceva sembrare tutto facile anche quando era tremendamente difficile. Eppure, se qualcuno mi costringesse, pistola alla tempia, a prendere una sola azione, un solo frammento di quel Ronaldo imprendibile, di quel Ronaldo che purtroppo non avremmo più visto da lì a poco, non avrei dubbi.</p>]]>
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      <title>La STORIA di Pierluigi COLLINA ||| Il miglior ARBITRO di SEMPRE</title>
      <pubDate>Fri, 14 Oct 2022 16:00:24 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>Chi è stato in campo in una finale Mondiale, &nbsp;finale di Champions, finale olimpica, in Real Madrid-Barcellona, Argentina-Inghilterra, Germania-Inghilterra, Inter-Juve, Milan-Juve, derby di Milano, derby di Roma, Torino, Genova? Nessuno. Anzi, uno sì. Il più bravo di tutti: Pierluigi Collina. &nbsp;C'era lui quando Ronaldo il Fenomeno segnò tre gol a Old Trafford, o quando Ronaldinho incantò con un balletto la difesa del Chelsea, o quando l'Inghilterra segnò cinque gol in casa della Germania. È uno dei pochi ad aver fischiato un fallo da rigore commesso da Cristiano Ronaldo nel match inaugurale degli Europei 2004, Portogallo-Grecia. Collina è un personaggio a metà tra un film di Clint Eastwood e uno di Quentin Tarantino, un eroe solitario – perché l'arbitro è per forza un uomo solo - con una personalità debordante, sguardo magnetico, fisionomia da Avenger e in particolare un dettaglio inconfondibile – la calvizie – che negli anni è diventata un punto di forza e l'ha reso una celebrità di fama mondiale. Prima di imporre in tutto il mondo la sua proverbiale pelata che l'ha fatto finire sulla homepage del celebre sito pirata RojaDirecta e sulla copertina di Pro Evolution Soccer – primo e unico arbitro a riuscirci – Collina è un uomo che ha sofferto, è sceso a patti con la sua malattia e si è disegnato una traiettoria spaziale attraverso due stelle polari: lo sport e le regole. Un esempio di vita, un uomo che, come i più grandi calciatori e allenatori, ha aiutato il suo sport a migliorare.</p>]]>
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      <itunes:subtitle>Chi è stato in campo in una finale Mondiale, &amp;amp;nbsp;finale di Champions, finale olimpica, in Real Madrid-Barcellona, Argentina-Inghilterra, Germania...</itunes:subtitle>
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      <title>La SEDIA di Mondonico ||| La MALEDIZIONE del Torino ‘92</title>
      <pubDate>Mon, 12 Sep 2022 09:32:58 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>Tre generazioni di tifosi del Torino hanno vissuto il giorno più importante della loro vita da tifosi nella prima metà di maggio. Il 4 maggio 1949, Superga, la scoperta che il destino ce l'ha con te. Il 16 maggio 1976, l'ultimo scudetto. Una gioia imprevista, incredibile, rabbiosa come nei pugni stretti di Gigi Radice coi pantaloni a zampa d'elefante, arrabbiato per il pareggio con il Cesena, una gioia da Toro. E infine il 13 maggio 1992, una sconfitta, anzi due pareggi. Una sedia. Trent'anni dopo, con i social, con Instagram, in trenta secondi questa foto avrebbe fatto il giro del pianeta. Questa foto, anzi questo fermo immagine, ha una potenza evocativa devastante, parla contemporaneamente tutte le lingue del mondo, tutte le lingue del calcio. È un’invocazione, un’imprecazione, tutto ciò che è il calcio dalla parte degli sconfitti.</p><p><br>
</p>]]>
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      <title>Michel PLATINI alla Juventus || Il TRASFERIMENTO del RE a Torino</title>
      <pubDate>Tue, 06 Sep 2022 14:17:58 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>L'Avvocato Gianni Agnelli e la Francia hanno sempre avuto un rapporto privilegiato. Dalle parti di Casa Agnelli affiora ogni tanto una battuta che, come tutte le battute, possiede sempre un fondo di convinzione in chi la pronuncia: “Il Piemonte non è una regione della Francia, è la Francia che è una regione del Piemonte”. Tanto addirittura da sposarsi, in Francia, con Marella Caracciolo, precisamente nel castello di Osthoffen, vicino Strasburgo, il 19 novembre 1953. Ma un anno prima, sempre in Francia, ha avuto l'incidente che gli ha cambiato la vita. Pochi giorni dopo Ferragosto, al culmine di un'estate leggendaria in Costa Azzurra, dedicandosi a una delle sue grandi passioni – l'altra è il calcio. Si trova su una Fiat station-wagon in compagnia di Anne-Marie d'Estainville, bellissima ragazza di 17 anni al debutto in società: insieme a lei sta tornando da una festa organizzata dal banchiere ungherese Arpad Plesch. Per lei ha litigato con la sua compagna di allora, Pamela Digby, già ex moglie dell'unico figlio di Winston Churchill. Dopo una scenata di gelosia Gianni Agnelli esce dalla sua villa di Beaulieu insieme ad Anne-Marie, schiaccia a fondo l'acceleratore e sulla statale 98 che collega Nizza a Mentone – chiamata appunto la Basse Corniche – fa un frontale con un furgoncino Lancia su cui sono a bordo quattro macellai, nella più classica delle contrapposizioni tra quelli che si sono già svegliati per andare a lavorare e chi invece non è ancora andato a dormire. Il camioncino viene sbalzato contro una parete di roccia: due dei quattro passeggeri perdono la vita. L'auto è in frantumi. La ragazza esce quasi illesa, soccorsa e portata via prima dell'arrivo della polizia dall'auto di un altro suo amico che aveva partecipato alla festa. Ma l'Avvocato non ne esce indenne: la gamba destra è fratturata in sette punti diversi. Trasportato alla clinica Lutetia di Cannes, finisce sotto i ferri per parecchie ore e l'intervento non riesce bene, tant'è che sarà costretto a nove mesi di immobilità, prima che l'amputazione della gamba venga scongiurata dal professor Achille Dogliotti, fuoriclasse della chirurgia torinese. Come eterno ricordo di quella serata, una menomazione permanente alla gamba che lo costringerà ad aiutarsi sempre più spesso con il bastone – un bastone molto dandy, in pieno stile Agnelli.</p><p><br>
</p>]]>
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      <title>Le QUALIFICAZIONI più ASSURDE della STORIA DEL CALCIO ||| 17 novembre 1993</title>
      <pubDate>Tue, 30 Aug 2022 09:34:21 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[17 novembre 1993Tutto in una notte, l'ultima notte europea di un vecchio calcio, di un vecchio sistema. Prima che l'Unione Sovietica e la Jugoslavia si dividessero in mille frammenti, l'ultima notte della Cecoslovacchia, l'ultima notte di qualificazione a un Mondiale a 24 squadre, con molti meno posti disponibili. La notte che cambierà la vita di almeno cinque persone diverse.DAVID GINOLASANTIAGO CANIZARESDINO BAGGIOPAUL BODINDAVIDE GUALTIERIOltre a quello della Germania campione uscente, l'Europa ha dodici posti: le prime due di ognuno dei sei gironi di qualificazione. L'Europa sta cambiando profondamente: già dall'Europeo 1996 ci saranno molte nazionali in più, la frammentazione della Jugoslavia e dell'Unione Sovietica porterà una quindicina di nuovi Paesi.Qualificazioni strane. La prima europea a qualificarsi aritmeticamente è stata non l'Italia, non la Spagna, non l'Inghilterra, non l'Olanda... ma LA GRECIA, al suo primo Mondiale nella storia. Poi la Russia, che non è più URSS, non ha più la scritta CCCP sulle maglie, ha cambiato bandiera... ma si è qualificata. Poi qualcun'altra alla spicciolata, la Norvegia che è clamorosamente seconda nel ranking FIFA. Una settimana fa è capitato alla Svezia, altra squadra da tenere d'occhio, come tutte quelle del Nord Europa. La sera del 17 novembre 1993 ci sono ancora otto posti da assegnare e sono ancora tante le squadre in ballo: ci sono l'Inghilterra, l'Olanda, il Portogallo, la Francia, la Spagna, il Belgio, i campioni d'Europa della Danimarca... L'ITALIA! Capitolo 1InghilterraL'Inghilterra deve seppellire di gol San Marino, vincendo con almeno 7 gol di scarto, e sperare che l'Olanda perda in Polonia: il Daily Mirror ha promesso 10mila sterline (circa 25 milioni di lire) ai polacchi se batteranno l'Olanda.La serata inizia in modo grottesco, con il gol di Davide Gualtieri su sciagurato errore di Stuart Pearce, con gli inglesi che riescono a prendere gol da calcio d'inizio a favore dopo 8,3 secondi, che per 24 anni rimarrà il gol più veloce della storia delle qualificazioni mondiali, battuto da Christian Benteke contro Gibilterra, 8,1 secondi, nel 2017.Quando due anni dopo sarà la Scozia a venire a giocare a San Marino in una partita di Qualificazioni Europee, i tifosi scozzesi indosseranno t-shirt con la scritta “GUALTIERI, EIGHT SECONDS”, e lui stesso verrà coinvolto in infiniti giri di bevute gratis.L'Olanda soffre per un tempo, anche se in Polonia sono molti più gli olandesi che i polacchi, poi è una doppietta di Dennis Bergkamp a chiudere il discorso. L'Inghilterra è fuori da un Mondiale dopo 16 anni. Graham Taylor, il ct famigeratamente noto con l'appellativo di “testa di rapa” presso i tabloid” dopo l'eliminazione ai gironi di Euro 1992, verrà silurato e sostituito da Terry Venables.Capitolo 2GallesGRUPPO 4Belgio 14Romania 13Cecoslovacchia 12Galles 12Belgio-Cecoslovacchia (Bruxelles)Galles-Romania (Cardiff)Cecoslovacchia ha ancora chances? Se vince sì, anche se politicamente non esiste più da Capodanno... Se il Galles batte la Romania di due gol di scarto è dentro, ma è dentro anche con una semplice vittoria se la Cecoslovacchia non vincerà in Belgio: e la partita finirà 0-0.un mix di vecchi giocatori, come Mark Hughes (squalificato), Ian Rush o il portiere Neville Southall, da 10 anni portiere dell'Everton, con la new wave rappresentata da gente come Ryan Giggs o Gary Speed. Tutto il Regno Unito guarda con simpatia al piccolo Galles, che non va ai Mondiali dal 1958 – quando fu eliminato ai quarti dal Brasile, 1-0 gol di Pelé, e ha ricevuto telegrammi di incoraggiamento da Lady Diana, George Best, il primo ministro inglese John Major.Il Galles non perde a Cardiff Arms Park dal 1910.Dean Saunders: “Ho giocato 850 partite nella mia carriera, quella contro la Romania è stata sicuramente la più dolorosa”. Confronto di stili tra il calcio rumeno piuttosto cadenzato, con artisti come Hagi e signori giocatori come Raducioiu, Munteanu (]]>
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      <title>Il NUBIFRAGIO di Perugia ||| SCUDETTO 2000</title>
      <pubDate>Tue, 16 Aug 2022 09:23:07 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>Prendete la vostra serie tv preferita. Breaking Bad, Stranger Things, La Casa di Carta, Lost, quella che volete. Ci troverete mistero, pathos, colpi di scena, anche qualche elemento surreale, forse soprannaturale. Bene: qualunque sia il momento più alto della più geniale delle serie tv, sappiate che in Italia l'abbiamo già scritto meglio. Quello che è successo dalle 15 alle 18 del 14 maggio 2000 rappresenta ancora oggi la più grande sceneggiatura mai immaginata dal nostro calcio.&nbsp;</p><p>Questo è il racconto dello scudetto del 2000, interpretato da Gianluca Fraula e scritto da Giuseppe Pastore.</p>]]>
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      <title>La partita FANTASMA ||| Cile-URSS 1973</title>
      <pubDate>Wed, 10 Aug 2022 14:04:09 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>Questa è la storia di un no. Di una serie di no. Missing (1982) di Costa Gavras, con Jack Lemmon e Sissy Spacek – nel cuore della notte di una Santiago desertificata dal coprifuoco, vediamo correre un cavallo bianco inseguito da una camionetta di soldati, una scena assurda e poetica insieme, una specie di quel realismo magico sudamericano, un'atmosfera sospesa in una realtà squallida e disperata. il film racconta la storia del giornalista americano Charles Horman, freelance che viveva in Cile con la moglie, ucciso nei sotterranei dello stadio Nacional di Santiago, il 19 settembre 1973, e sepolto all'interno di un muro Salvador Guillermo Allende Gossens, il primo presidente dichiaratamente marxista a essere stato eletto in uno stato americano, eletto nel 1970 a capo di una coalizione di sinistra. Attira tante simpatie in tutto il mondo, ma il suo è un governo debole fin da principio, soprattutto perché le sue drastiche riforme sociali ed economiche piacciono sempre meno ai potenti del mondo. Soprattutto il programma massiccio di nazionalizzazioni che sottrae al controllo degli investitori esteri – leggi, gli USA – le miniere di rame, una delle principali risorse del Paese. Alle sette del mattino dell’11 settembre 1973 alcune navi della Marina militare cilena occupano il porto di Valparaíso, sull’Oceano Pacifico, mentre a Santiago le forze aeree e i carri armati dell’esercito fanno scattare l'”Operazione silenzio”, bombardando le sedi e le antenne di tutte le stazioni radio e tv. Alle 8.30 le forze armate dichiarano di aver preso il controllo del Cile. Le guida Augusto Pinochet, che Allende – ritenendolo un militare tutto d’un pezzo e fidato – ha nominato generale capo dell’esercito nemmeno un mese prima. Alle due del pomeriggio è tutto finito: Allende viene rinvenuto senza vita nel suo ufficio, ucciso da alcuni colpi di AK-47, un fucile regalatogli da Fidel Castro, con cui si è sparato due colpi (alla testa?).</p>]]>
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      <title>Quando MARADONA giocò l'assurdo SPAREGGIO INTERZONA</title>
      <pubDate>Thu, 28 Jul 2022 09:29:17 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>“Dottore, come devo allenare Maradona?” “Tu hai mai visto allenarsi un gatto? Gli basta nutrirsi e riposare per essere il migliore”</p><p>Le vie del Mondiale sono praticamente infinite. C’è quasi sempre una seconda chance per le grandi squadre che steccano al primo tentativo. Ma se in Europa siamo abituati a risolvere la contesa all’interno dei confini continentali, per le altre confederazioni la musica è diversa, e spesso bisogna vedersela con il mitologico spareggio interzona. Per Usa 1994, solamente un posto passa dall’incrocio tra squadre di continenti diversi: un primo turno preliminare tra la seconda classificata dell’area Concacaf e la vincente del percorso dell’Oceania, quindi la finalissima tra la superstite e la seconda classificata del Gruppo A del cammino sudamericano. Il sistema cervellotico riguarda soprattutto i gironi della Conmebol, la confederazione sudamericana.&nbsp;</p>]]>
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      <title>Lo scudetto dello Spezia ||| Quando i Vigili del Fuoco sconfissero il Grande Torino</title>
      <pubDate>Fri, 22 Jul 2022 10:01:37 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>Novembre 1943, primo mattino: qualcuno bussa alla porta della villa romana di Ottorino Barassi, segretario della Federcalcio. “Gestapo”. Hanno saputo che da qualche parte, a Roma, si nasconde la Coppa del Mondo: la prima versione, quella con la Vittoria Alata, che l'Italia detiene per averla vinta nel 1934 e nel 1938. Barassi non cade dalle nuvole, già da qualche giorno è stato avvisato che i nazisti vogliono mettere le mani su quei due chili d'oro: chissà, magari la pretende Hitler in persona. Adesso la Gestapo ha un mandato di perquisizione e, mentre la signora Barassi prova a distrarre gli ufficiali in divisa, suo marito prega ardentemente che non guardino lì, proprio lì, sotto il letto, dentro una scatola di scarpe nera piena di trucioli dove riposa e si nasconde la Coppa del Mondo...</p><p>Questo è il racconto dello scudetto del 1944, interpretato da Giulio Incagli, scritto da Giuseppe Pastore con riferimenti al testo Lo scudetto dello Spezia scritto da Armando Napoletano ed edito da Edizioni Giacché.</p>]]>
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      <title>ANCELOTTI al MILAN ||| Il maestro della CHAMPIONS</title>
      <pubDate>Wed, 13 Jul 2022 15:12:08 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[Si dice che non bisogna mai tornare nei posti dove si è stati felici. Per un allenatore è ancora più vero. Prendete Sacchi e Capello, che a metà anni Novanta hanno commesso l'errore di farsi prendere dalla nostalgia e sono andati a schiantarsi uno dopo l'altro contro un Milan senza capo né coda. Carlo Ancelotti li conosce bene. Eppure è proprio quello che sta facendo, pensa, mentre si fa lentamente la barba prima di uscire di casa: sta tornando a Parma, di cui è già stato allenatore buono ma non ottimo, non abbastanza per essere confermato, dal 1996 al 1998. A soli 42 anni è già la rappresentazione plastica della parabola discendente. Il Parma sta perdendo colpi, ha venduto Buffon e Thuram alla Juventus e l'idea era di sostituirli soffiando a peso d'oro Toldo e Rui Costa alla derelitta Fiorentina. Ma invano: il blitz non è riuscito, i giocatori hanno rifiutato il trasferimento, Parma rimane sempre una piazza di secondo o terzo piano per i big. Capello, per esempio. Nel 1996 aveva già sottoscritto una bozza d'accordo con il presidente Pedraneschi, aveva già dato il suo assenso informale ad allenare una squadra di smisurate ambizioni a caccia del primo scudetto, era andato a cena a fine marzo per limare gli ultimi dettagli, poi... “mi dispiace, non vengo più”. Leggenda vuole che dopo la cena fosse stato assalito dalla depressione alla vista delle vie del centro, spente e desolate. E allora il Parma dovette ripiegare... su Ancelotti.Mah, tornare a Parma. Ancora pochi mesi e verrà fuori in tutto il suo clamore il gigantesco bluff perpetrato per anni da Calisto Tanzi. È decimo in classifica, a due punti dal quartultimo posto, con giocatori senza sale come Micoud o Milosevic, o incompiuti come Hidetoshi Nakata che la Roma ha sbolognato senza troppi rimpianti, pur essendo entrato nei due-gol scudetto nello scontro diretto contro la Juve... di Ancelotti. Ma che stai facendo, Carletto? Com'è che la discesa sta andando così velocemente? Sei mesi fa eri alla Juventus, è vero, non hai vinto niente, e in Italia se arrivi due volte secondo, magari sommando 144 punti in due campionati come hai fatto tu, sei doppiamente perdente: ti porti dietro non solo la sconfitta, ma anche la puzza di sfiga, la derisione per esserti illuso e poi ritrovato con un pugno di mosche. È questo senso di abitudine alla sconfitta che non dev'essere piaciuto a Moggi e Giraudo, oltre al fatto che Ancelotti non è mai stato uno “di loro”. I tifosi non l'hanno mai sopportato, paragonandolo al maiale: come se maiale fosse un insulto, detto a un emiliano poi. Il suo stile pacioso mal si concilia con quell'attitudine da coltello tra i denti che bisogna avere quando alleni la Juventus. Al passivo anche un grave errore di valutazione, il non accorgersi che Thierry Henry non era un semplice esterno, da schierare a volte addirittura a tutta fascia, ma qualcosa di più. Eppure, se ci fosse stata la pazienza e l'attenzione di osservare bene, ci si sarebbe accorti dell'ottimo lavoro fatto sul giovane Zambrotta, del lustro restituito a Zidane dopo la stagione anonima post Francia '98, della ricostruzione di Del Piero che era finito sotto un treno dopo l'infortunio al ginocchio e gli errori davanti a Barthez nella finale di Euro 2000. Invece è stato cacciato in malo modo, al culmine di una conferenza stampa farsesca che era iniziata con gli applausi dei giornalisti, un onore che non era mai stato riservato nemmeno a Trapattoni, ed era finita con Moggi che dava la colpa dell'esonero di Ancelotti alla carta stampata. Eppure a nemmeno quarant'anni era stato scelto per dare ordini al meglio del meglio che c'era in Italia allora, Del Piero e Zidane, Trezeguet e Pippo Inzaghi. A proposito, Pippo, come l'hai tirato male quel rigore.]]>
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      <title>MATTIA DE SCIGLIO ||| Storie di CICATRICI</title>
      <pubDate>Mon, 11 Jul 2022 10:26:17 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>Alzo la testa e vedo che sulla lavagnetta luminosa c’è il numero 2. Il mio numero. «De Sciglio, esce De Sciglio», sento gridare. Non ho molto tempo per realizzare, perché in quel preciso istante 70mila persone iniziano a fischiare. Fortissimo. Non capisco: sono stato dato in pasto ai leoni. «Perché cazzo mi sta cambiando?», non riesco a chiedermi altro.</p>]]>
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      <title>La storia della CHAMPIONS LEAGUE</title>
      <pubDate>Thu, 30 Jun 2022 14:25:38 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>Si è da poco conclusa l’ultima della Champions League e se oggi siamo qui a commentare lo spettacolo di una delle competizioni più spettacolari al mondo, lo dobbiamo a due fattori: un’amichevole e un articolo di giornale. Oggi vi spieghiamo tutto, partendo dall’inizio. Il 13 marzo del 1954, in una sfida al Molineux &nbsp;di Wolverhampton, i padroni di casa sconfiggono per 3-2, davanti a sessantamila inglesi in visibilio, i maestri ungheresi dell’Honved, che potevano contare su ben sei degli undici magiari, che un anno prima avevano sconfitto con un netto 6-3 l’Inghilterra a Wembley. Nella formazione dell’Honved c’è anche uno dei calciatori più forti di tutti i tempi, Ferenc Puskas, e la rimonta del Wolverhampton, dallo 0-2 al 3-2, convince il tecnico Stan Cullis &nbsp;a prendere da parte i suoi e a definirli “campioni del mondo”, sullo slancio degli altri successi ottenuti in amichevole contro il Racing Club e lo Spartak Mosca. La dichiarazione viene raccolta da David Wynne-Morgan che la utilizza come titolo per il suo articolo di resoconto del match, pubblicato dal Daily Mail. &nbsp;A svariati chilometri di distanza, l’ex calciatore della Nazionale francese Gabriel Hanot si ritrova tra le mani una copia del Mail. È stato un personaggio irripetibile, Hanot. Difensore dei Galletti nel periodo pre Prima guerra mondiale, aveva poi servito lo stato in guerra, durante la quale si era distinto come pilota d’aereo, e per una fuga da un campo di prigionia tedesco. Aveva fatto in tempo anche a essere nuovamente convocato per la sua dodicesima presenza, da capitano, contro il Belgio, nel 1919, ma la sua carriera si era interrotta bruscamente per un incidente aereo che non gli era costato la vita, ma purtroppo la sua attività da calciatore sì, Infine, dopo il conflitto, aveva assunto l’incarico di consigliere tecnico della Francia, mantenendo però un bizzarro doppio ruolo come firma de L’Equipe e di France Football. Dopo una sconfitta contro la Francia, nel 1949, stilò un articolo durissimo in cui criticava i suoi giocatori e affidava a un editoriale anonimo la richiesta del suo stesso esonero, peraltro poi effettivamente arrivato. &nbsp;Quando legge dei Wolves campioni del mondo, Hanot ha un sussulto. Capisce prima del resto del mondo che c’è bisogno di mettere in piedi una competizione tra le principali squadre europee per assegnare un titolo che non sia soltanto platonico. E lo scrive sull’Equipe, dando il via alla rivoluzione. La Mitropa Cup, ideata nel 1927, veniva ritenuta da Hanot un test troppo poco probante. E proprio Hanot aveva già provato a dare vita a qualcosa di grosso con la Coppa Latina, competizione mai riconosciuta dalla Fifa, alla quale prendevano parte i campioni nazionali di Francia, Italia, Portogallo e Spagna: l’Equipe era stato tra i promotori principali della proposta lanciata da Santiago Bernabeu, presidente del Real Madrid. Ma serviva qualcosa di nuovo: secondo il francese, non si poteva assegnare al Wolverhampton una definizione così importante, non senza vedere gli inglesi alle prese con Real Madrid o Milan.</p>]]>
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      <title>5 MAGGIO 2002 ||| Un giorno di FOLLIA nel calcio</title>
      <pubDate>Sat, 04 Jun 2022 10:23:20 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>Cinque maggio del 2002. Una data fin troppo facile da associare a una giornata di campionato: il tracollo dell’Inter all’Olimpico, la Juventus che non stecca a Udine e vince il titolo in volata, con i nerazzurri che in un pomeriggio da incubo si ritrovano da primi a terzi, scavalcati anche dalla Roma. Ma questa è la storia dell’altro cinque maggio, quello che sancì salvezze insperate, retrocessioni impensabili, rinascite romantiche e qualificazioni europee colte all’ultimo respiro. &nbsp;Tre campi, tre storie, i destini di cinque squadre che si incrociano.</p>]]>
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      <title>Il DITTATORE che ingaggiò MARADONA ||| Il calcio OSCURO che APPOGGIA la guerra</title>
      <pubDate>Mon, 11 Apr 2022 12:58:57 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>La storia del dittatore ceceno che ingaggiò le star del calcio mondiale.</p>]]>
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      <title>LUCAS TORREIRA ||| Storia di un GLADIATORE</title>
      <pubDate>Thu, 07 Apr 2022 14:04:59 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>A Fray Bentos la carne è un culto. È come Diego Armando Maradona per gli argentini, è come il Rinascimento qui a Firenze. La storia della mia città è nata proprio lì, tra gli stabilimenti e le fabbriche. Pensate che le hanno nominate ‘Patrimonio dell’Umanità’. Questa industria ha dato da mangiare a tanti uruguaiani. E anche alla mia famiglia. Ci passavamo spesso davanti a quella macelleria, quella che qualche anno fa ho scelto di rilevare, ristrutturare e affidare a mio padre e ai miei fratelli, in modo da dar loro un lavoro. Si chiama La 34, come il mio numero di maglia alla Sampdoria. Appena torno a casa, passo sempre la mattina a prendere le cotolette: ne vado matto, sono il mio punto debole. &nbsp;Ho giocato in stadi con 80mila persone che mi osservavano, senza alcun timore. Vi farà ridere, lo so, ma non ho mai avuto il coraggio di mettermi il grembiule e andare dietro al bancone per servire i clienti: mi vergogno tremendamente. La macelleria, a dir la verità, è stata un’idea di mio padre, e sta funzionando alla grande. Un investimento azzeccato. Da qualche anno ha smesso di fare il telecronista. Era uno di quelli che urla «Goooooooooooooool», strillando la O nel microfono per almeno un minuto. La sua è stata una scalata emozionante, come la mia: è partito da una piccola radio ed è arrivato a commentare un Mondiale. Sì, quello a cui ho partecipato anche io. Un giorno arriva una mail, tutto emozionato controlla e non era la mia chiamata in Nazionale, ma il suo accredito. Sì, è arrivata prima la sua convocazione. Io non ero ancora in pianta stabile nella Celeste. Ma alla fine, pochi giorni dopo, è arrivato anche il mio turno. Era bravo a fare le telecronache, la sua esultanza al mio gol nel derby di Londra contro il Tottenham ha fatto il giro del mondo, così come quella alla rete di Biraghi con il Bologna. Gli dicevamo sempre che era uno di quei telecronisti venditori di fumo, quelli che sanno raccontare gli eventi anche quando questi non ci sono. &nbsp;I miei genitori mi hanno visto partire a 16 anni. In loro era rimasto il ricordo di Lucas che scende in strada e spera che fuori piova per andare al campo e poter scivolare sul fango. Quanti vestiti gli ho fatto lavare! Giocavo a 500 metri da casa mia. Facevamo le porte con i sassi e iniziava la partita. Diverse sere sono andato a letto senza cena per aver spaccato qualche vetro nelle case &nbsp;intorno. Ricordo quando entrai nella stanza di mio padre per dirgli che volevo trasferirmi a Montevideo: volevo provare a diventare un calciatore. Avevo un amico che giocava negli Wanderers, con un ottimo rapporto con la dirigenza, a cui chiesi di fare un provino. Era la mia occasione: o la va, o la spacca. Potevo cambiare la mia vita e quella della mia famiglia. Per sempre. Gli dissi: «Dai, portami, che ti costa?». Era gennaio 2013 e salii sul pullman verso la capitale. Quattro interminabili ore di viaggio, e appena arrivato subito in scena. I selezionatori volevano che andassi in attacco: feci il primo tempo ma il portiere si fece male. Li vidi parlare, alla fine si girarono verso di me: «In porta ci vai tu». Ero stanco morto, ma quella era la mia possibilità. E per fortuna li avevo già convinti con i primi 35 minuti. Mi presero.</p>]]>
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      <title>La STORIA di Enrico CHIESA ||| L’attaccante che RIVOLUZIONÒ il ruolo</title>
      <pubDate>Fri, 01 Apr 2022 08:52:24 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>Lo stop, il tiro, quell’attimo di sospensione che segue. Come ogni volta, per cercare di immaginare dove andrà il pallone. È una routine che qualsiasi attaccante ha imparato a fare sua sin dalle prime partite giocate con gli amici, un istante che si dilata all’infinito, tra l’impatto e l’epilogo. Può finire bene, può finire male. Ma c’è anche un caso, raro e sfortunato, in cui finisce malissimo. Il 30 settembre del 2001, dopo il solito controllo e la preparazione del tiro, Enrico Chiesa rimane a terra. È l’ancora di salvezza di una Fiorentina che si accinge a una stagione di sangue e sudore con all’orizzonte lo spettro del fallimento, e che in quel momento scopre quanto è brutto dover scendere a patti con le lacrime. Il tendine rotuleo del ginocchio sinistro è saltato, e di conseguenza anche le speranze viola e di Roberto Mancini, che si era battuto per tenere almeno lui dopo un’estate in cui erano già partiti pezzi giganteschi come Toldo e Rui Costa.</p><p>Per molti di voi, il nome di Enrico Chiesa è soltanto quello del papà di Federico, che quel giorno del 2001 doveva ancora compiere quattro anni. In realtà, nel suo periodo d’oro, è stato molto di più. Un attaccante che aveva saputo adattarsi al calcio che cambiava, trasformandosi da esterno in punto di riferimento offensivo, fino a diventare un tassello irrinunciabile nel miglior Parma di tutti i tempi. Seppe reinventarsi anche dopo quel terribile infortunio, costruendosi un finale di carriera più che degno, sempre nel segno di un talento troppo spesso sottovalutato e di una forza di volontà che gli ha permesso di essere capitano e gregario, finalizzatore e portatore d’acqua. Tanti giocatori in un corpo solo. &nbsp;Nonostante una stagione più che positiva, lo staff e la dirigenza della Sampdoria ritengono sia il caso di riservargli un altro periodo di apprendistato altrove. Prima Modena, in Serie B, quindi Cremona, in A. Due stagioni da 14 gol l’una e soprattutto l’annata in grigiorosso è decisiva per la sua carriera. In quegli anni, la Cremonese è un laboratorio di calcio autentico, con un padre paziente come Domenico Luzzara, il Presidentissimo, l’uomo che aveva portato avanti il sogno del figlio Attilio, prematuramente scomparso. Aveva rilevato il club sulla spinta del suo affetto più caro: «Papà, mettici i soldi, poi ti spiego tutto io», gli diceva, e così aveva sciolto tutti i dubbi.&nbsp;</p><p>Ma nella primavera del 1970 Attilio aveva perso la vita in un tragico incidente stradale, e papà Domenico si era dovuto fare forza nel suo ricordo: «Andrò avanti per Attilio, perché lui amava la Cremonese. Ce l’aveva nel cuore, continuare a guidare questa società significa avere mio figlio ancora con me». Si era circondato di uomini che amavano la “Cremo”, e quella che si afferma stabilmente in Serie A nella prima metà degli anni Novanta ha in panchina un signore d’altri tempi come Gigi Simoni. Per le prime 13 partite di quel 1994-95, Chiesa non trova mai la via della rete. Poi, come spesso capita agli attaccanti, il tappo salta via. Scopre di avere un feeling speciale con le grandi: Roma, Parma, Milan, anche l’amata Sampdoria. Sulle spalle indossa di frequente il numero 7 perché Simoni, passato alla storia come un tecnico pragmatico, è uno che sapeva anche osare, e il tridente con Florjancic e Tentoni si vede in campo spesso e volentieri. &nbsp;&nbsp;«Simoni è stato l’allenatore che mi ha definitivamente fatto fare il salto di qualità. Mi ha fatto capire l’importanza vera del sacrificio, del pensare prima di tutto alla squadra. Non che prima non lo facessi, ma con lui ho avuto la piena consapevolezza». &nbsp;&nbsp;Chiesa che parte da ala destra e diventa il miglior realizzatore della Cremo, grazie ai tagli senza palla e a quella capacità innata di calciare in una frazione di secondo, è una novità per il calcio italiano. &nbsp;&nbsp;«Rientravo sul sinistro, potevo andare a concludere direttamente. Era quello che Simoni riteneva più utile per la squadra».</p>]]>
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      <title>CICCIO CAPUTO ||| Dalla PRIMA CATEGORIA alla NAZIONALE</title>
      <pubDate>Tue, 22 Mar 2022 15:20:43 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<h2>È partito dal basso.<br>
Ha incassato i rifiuti.<br>
Si è rialzato.<br>
<br>
Francesco Caputo, dalla Prima Categoria alla Nazionale 🌟</h2>]]>
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      <title>La STORIA di N'Golo KANTÉ ||| Dalla STRADA a CAMPIONE del MONDO</title>
      <pubDate>Fri, 28 Jan 2022 13:57:01 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>La storia del piccolo Kanté è una storia di grande povertà. N’Golo nasce nei sobborghi di Parigi da una famiglia di immigrati, proveniente dal Mali in Africa. E’ il primo di ben 8 figli e già da bambino deve darsi da fare. Inizia a raccogliere la spazzatura dalle strade, per ottenere qualche spicciolo dalle ditte che riciclano i rifiuti. È proprio quello che sta facendo &nbsp;la notte del 12 luglio 1998, quando la Francia batte il Brasile con la doppietta di Zidane e il gol di Petit - e si laurea campione del mondo. Mentre migliaia di persone si riversano in strada, N’Golo non perde l’occasione per fare una raccolta speciale. Gli altri festeggiano e si divertono, lui – che ha solo 7 anni – deve accontentarsi di qualche sacco di immondizia. La vita lo mette alla prova sin da subito e le cose si complicano quando a 11 anni perde il padre e si ritrova sulle spalle la responsabilità di aiutare la madre a portare a casa i soldi per sfamare la numerosa famiglia. Di fatto l’infanzia, almeno come siamo abituati a considerarla, per lui non esiste. Eppure, anziché farsi schiacciare da un fardello così pesante, lui affronta tutto con un’energia e una generosità che riversa anche in campo, nell’unico sfogo che la sua giovane vita gli concede. Infatti entra a far parte della squadra dilettantistica del Suresnes, nella periferia occidentale di Parigi. &nbsp;Fisicamente è il più piccolo di tutti, ma con l’umiltà e la determinazione riesce a colmare il gap con gli altri e guadagnarsi ben presto un posto da titolare. Così grintoso in campo e così timido fuori. “All’inizio pensavamo fosse muto. Quando gli parlavamo, lui non diceva nulla. Al massimo faceva un cenno. Ci chiedevamo se avesse capito, poi all’allenamento successivo metteva tutto perfettamente in pratica” (Pierre Ville, dirigente del Suresnes) Trascorre nove anni tra le fila del Suresnes, senza che nessuna delle società più importanti a livello giovanile si accorga di lui. “Non ha il fisico per giocare a calcio” è l’etichetta che superficialmente gli viene appiccicata addosso. E anche quando nel 2010, a 19 anni, Kanté viene ingaggiato dal Boulogne, nessuno lo ritiene in grado di far parte della prima squadra che milita nella Serie C francese. N’Golo viene aggregato alla formazione riserve, che gioca in sesta serie, ma non si scoraggia.</p>]]>
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      <title>La "MANO de DIOS" e il GOL del SECOLO ||| La VENDETTA di MARADONA</title>
      <pubDate>Mon, 03 Jan 2022 10:48:54 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>“Grazie, Dio, per il calcio, per Maradona, per queste lacrime, per questo Argentina 2, Inghilterra 0” (Victor Hugo Morales) Il 14 giugno 1982, un’ultima offensiva inglese a Port Stanley pone fine alla Guerra delle Falkland. Un conflitto durato poco più di due mesi, che ha visto l’esercito argentino soccombere dinnanzi alla forza della marina britannica. Nel paese sudamericano, la rassegnazione, mista alla violenza del regime di Galtieri, sembra far sprofondare tutti in un vortice di disperazione. In questi casi, quel che occorre è un grande evento popolare, che compatti il popolo e lo distolga, almeno per qualche settimana, dalla triste routine. Ci sarebbe il mondiale di calcio spagnolo, ma l’Albiceleste campione in carica viene accompagnata alla porta dai gol di Tardelli e Cabrini. La delusione è enorme, eppure molti tifosi biancocelesti hanno intuito che il prossimo giro potrebbe essere quello giusto. Che tra quattro anni, i rioplatensi potranno tornare ad alzare quella coppa a lungo sognata. Il motivo sta tutto in un ragazzo dai folti capelli scuri, dal fisico basso, con un sinistro divino e la maglia numero 10 sulla schiena. Quel ragazzo ha nel mirino la vittoria del mondiale, ma non solo. Ha una voglia matta di vendicare, alla sua maniera, i morti delle Malvinas. Ecco perché, quando il 22 giugno 1986, a quattro anni esatti dalla fine delle ostilità, si trova davanti le maglie bianche degli inglesi, capisce che quel giorno è quello giusto per riscrivere la storia. La nazionale argentina che Carlos Bilardo, il ct che ha sostituito il campione del Mondo Menotti, si ritrova tra le mani per il mondiale messicano è tecnicamente inferiore a quella delle ultime due edizioni. Una selezione modesta tra vecchi comprimari e pochi nomi di punta. Ma se, tra i 22 convocati hai la fortuna di avere in rosa il giocatore più forte del Pianeta in quel momento, allora tutto cambia. Già, perché l’Argentina di Mexico ’86 è l’Argentina di Maradona. Non esiste altra definizione e non può essere altrimenti. Dal suo sbarco in Italia, più precisamente al San Paolo, Diego è maturato, diventando un campione. Gioca talmente bene che sembra si sia tolto il peso di quel maledetto infortunio subito per mano di Goikoetxea, il macellaio di Bilbao, durante il suo periodo al Barcellona. In campionato arriva terzo, miglior marcatore stagionale del Napoli e si presenta, a venticinque anni, in stato di grazia per la Coppa del Mondo. Il sorteggio inserisce l’Albiceleste nello stesso girone dei campioni in carica dell’Italia. Per Diego ecco in arrivo la prima rivincita. Se quattro anni prima era finita 2-1 per gli azzurri, questa volta la musica deve cambiare.</p>]]>
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      <title>La NOTTE in cui SHEVCHENKO segnò una TRIPLETTA al Camp Nou ||| La scoperta di un FENOMENO</title>
      <pubDate>Mon, 13 Dec 2021 10:04:03 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[La sera del 5 novembre 1997, Italo Galbiati, storico vice allenatore di Fabio Capello, è seduto sulle tribune del Camp Nou di Barcelona. Il report che invia ad Adriano Galliani racconta di un giocatore favoloso, un vero e proprio crack che è esploso quella notte. “Gioca su tutto il fronte di attacco, sa chiamare la profondità come pochi”. Sette righe che il numero due di Don Fabio, carico di entusiasmo spedisce subito a Milano. La frase che infila al termine del dispaccio sembra quasi voler sollecitare l’ad dei rossoneri. Come ad invitarlo a prenderlo al più presto. Quel giovane centravanti, però, non è uno dei talenti della cantera blaugrana. Gioca per una squadra di sconosciuti, guidati da un tecnico leggendario, che è incredibilmente in testa al girone C di Champions League. Due settimane prima hanno battuto i catalani di Van Gaal per 3 a 0, ma la notte del 5 novembre passa direttamente nella leggenda. Già, perché la Dinamo Kiev di Valery Lobanovsky asfalta per 4 a 0 il Barcellona in casa propria, dominando per novanta minuti. E tre gol, tutti nel primo tempo, li segna lui. L’attaccante che ha fatto innamorare Galbiati e presto tutti i tifosi del Diavolo. Si chiama Andriy Shevchenko.Le origini Questa, però, non è solo la storia della nascita di uno dei più grandi bomber di sempre. È la storia di un ragazzo costretto, insieme alla famiglia, a scappare di casa. Un ragazzo che tornerà a Kiev e diventerà un’icona del calcio ucraino, ma non solo. Ed è anche la storia di una squadra che, sul finire degli anni ’90, era considerata come l’outsider più pericolosa d’Europa. Shevchenko nasce nei dintorni della capitale. La sua esistenza di bambino trascorre serena, fino al 26 aprile del 1986. Quella notte, nella vicina centrale di Chernobyl avviene il più grande disastro nucleare della storia e la famiglia di Andriy deve prendere una decisione dolorosa. Lasciare il villaggio natio per allontanarsi dalla radiazioni dell’esplosione. Vanno a vivere sulla costa del mar Nero, ma per il ragazzino cambia poco. È sempre attaccato alla palla e, nonostante la distanza, lo notano gli osservatori della Dinamo Kiev, che lo riportano nella capitale. Entra nelle giovanili biancoblu e, a 18 anni, debutta in prima squadra. Dove avviene il primo incontro fondamentale della sua carriera. Infatti, alla Dinamo, gioca un ragazzo di vent’anni che arriva dai dintorni di Donetsk. Fisicamente, è l’esatto contrario di Sheva. Basso di statura, fisico robusto, ma con un gran senso del gol. Si chiama Sergej Rebrov. I due giovani iniziano la prima stagione insieme mettendo a referto tredici gol in totale. Partono come riserve poi, poco a poco, iniziano ad entrare in pianta stabile nell’undici titolare. Quei due ragazzini terribili diverranno una delle coppie gol più prolifiche ed iconiche del calcio europeo anni ’90. Perché se lo United aveva i “Calipso Boys” Andy Cole e Dwight Yorke e la Samp aveva appena salutato i suoi “Gemelli del Gol” Vialli - Mancini, per pochi, ma splendenti anni, la Dinamo Kiev incanterà il continente con il duo Sheva – Rebrov. I gemelli del golLa squadra trionfa a ripetizione in campionato e nella coppa nazionale e nel 1997, per provare a fare il definitivo salto di qualità in Europa viene chiamato in panchina una leggenda del calcio sovietico. Valery Lobanovsky. Eccolo il secondo incontro fondamentale nella carriera del futuro bomber milanista. Si tratta, in realtà, di un ritorno dell’ex ct della Unione Sovietica, ma questa volta il compito che deve portare a casa è molto più arduo. La Dinamo vuole entrare in una dimensione europea. Vuole giocarsela alla pari con le grandi di Italia, Germania, Inghilterra. Forte di una rosa che vede Shovkovsky in porta, il mediano Gusin a centrocampo e i giovani bomber a metterla in porta davanti come colonne di un team che è pronto a dare battaglia in Champions. Non è solo consapevolezza nei propri mezzi. Il cammino che gli ucraini affrontano in Europa nella stagione 1997 – 98 è condito da una vogl]]>
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      <title>Dalla SERIE D alla SERIE A ||| La PRIMA intervista di Andrea CAMBIASO</title>
      <pubDate>Wed, 10 Nov 2021 11:11:05 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[Se mi chiedessero «Cuchu, ma ripartiresti altre cento volte dalla Serie D?», la risposta sarebbe sempre e solo «sì». Tornerei tutta la vita sui campi in terra sui quali andavo a giocare con l’Albissola.Quando sento i miei compagni lamentarsi del manto erboso non in perfette condizioni qui in Serie A, ripenso a quelle fasce d’argilla sulle quali correvo, oppure al vento che avvolgeva il ‘Bacigalupo’ di Savona e rendeva incontrollabile il pallone. E penso che questo sia il paradiso.Il soprannome «Cuchu» è nato proprio in quegli anni. Quante volte hanno sbagliato a chiamarmi in vita mia… «CAMBIASSO! CAMBIASSO!». Certo, poteva andarmi peggio. Magari mi chiamavo come uno scarso. La prima volta avevo 17 anni, andai tra i dilettanti con una paura immensa di non rivedere mai più il mio Genoa. Dopo 9 anni con il borsone della squadra del cuore, andare a giro con altri colori non è stato facile. Specialmente se devi partire dal punto più basso. Uscire dal nido, dalla zona di comfort. Mettere da parte il sogno. Non mi ritenevano pronto per la Primavera e non ci pensai un attimo: «Andre, basta che non ti fermi». Se incontrassi per strada quel me stesso di 4 anni fa, gli direi che è stata la scelta giusta.Fino a quel momento, ad Albissola ci ero andato solo in vacanza. Al primo allenamento arrivai direttamente dalla spiaggia. Ero spaesato, fu una bella botta misurarmi con una nuova realtà. Sentii subito le martellate dei contrasti, erano diverse. L’intensità e la cattiveria agonistica erano senza precedenti. Ero timido e i miei compagni giuravano di avermi sentito parlare solamente durante il girone di ritorno. Pensavano che avessi perso la lingua, probabilmente. Capii che giocare a calcio era un’altra cosa, che ero tecnicamente bravo ma dovevo svegliarmi. Dovevo crescere, come tutti d’altronde a quell’età. Non erano tanto i piedi, quanto la testa. Avevo bisogno di diventare uomo prima degli altri. Anzi, diciamo che dovevo essere fin da subito un ragazzo adulto.C’era chi studiava lingue, chi consegnava le pizze. E poi c’ero io che sognavo di diventare un calciatore. Quello che ho capito è che più scendi di categoria, più la passione per il calcio è forte e smisurata. Certo, quando volevo allenarmi di più, quelli che venivano da un’intera giornata di lavoro mi maledicevano al termine di un’ora e mezzo di seduta tra corsa e tattica. E avevano ragione. Quando sei nel settore giovanile non ti rendi conto di cosa siano realmente la fatica, le partite, i momenti topici e il valore delle situazioni. In Serie D c’erano giocatori con 15 anni di carriera alle spalle. Si fanno il mazzo durante la settimana e la domenica non vogliono perdere per niente al mondo. Nello spogliatoio ero il ragazzino, mi mettevano spesso nel mezzo ma le prendevo con simpatia. Due anni fa ho letto un’intervista di Andrea Cistana, arrivato in Serie A e in Nazionale grazie al suo Brescia. Anche lui era sceso in D, al Ciliverghe, e disse che rifarebbe quella scelta senza se e senza ma. Sono d’accordo. Ti rapporti con persone che studiano e fanno altro, usano il calcio come hobby. Giochi con i grandi, superi tanti step che la Primavera non ti propone. Potevo giocare 3 minuti, ma il martedì ripartivo a tutto fuoco. Correvo, correvo tanto. Mi piace farlo ancora: se un compagno mi vede dare il massimo, so di poter essere d’ispirazione e farlo andare più forte. Ad Alessandria, in Serie C, avevo 18 anni, e una serenità addosso fuori dal comune. Se fossi andato in prestito per la prima volta intorno ai 19 anni, adesso non sarei qui. Non sarei stato così sfacciato. Che poi, sfacciato: pensate che non ho ancora chiesto neanche una maglia da scambiare a fine partita, sono troppo timido. Ho giocato poche partite in Serie A, penso: «Ma chi la vuole la mia maglia…». Aspetterò che qualcuno venga da me. Anche se quella di Dybala non mi dispiacerebbe, per anni ho fatto il suo ruolo ed è un modello per me. Adesso nello spogliatoio ho Goran Pandev e Mimmo Criscito, è pazzesco essere nella ]]>
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      <title>Il trasferimento di CR7 alla JUVENTUS ||| Successo o FALLIMENTO?</title>
      <pubDate>Fri, 22 Oct 2021 11:14:18 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[3 aprile 2018. Juventus Stadium. Andata dei quarti di finale di Champions League. Di fronte, i bianconeri padroni di casa e i campioni in carica del Real Madrid. La vigilia era stata descritta dai media come la rivincita di Cardiff, ma in campo è tutta un’altra storia. Dopo tre minuti, Cristiano Ronaldo porta avanti i blancos. Poi, al minuto 64, realizza uno dei gol più belli della storia della competizione. Cross dalla destra. CR7, in mezzo all’area, con una rovesciata stupenda, manda il pallone nell’angolino. Due a zero. L’intero catino torinese applaude il rivale più forte. La gara finirà 3-0, ma non è questo quello che conta. Perchè da quel meraviglioso gesto tecnico sta per nascere una delle trattative di mercato più impensabili di sempre. LA TRATTATIVAQuando le due squadre si ritrovano contro, per il match di ritorno al “Bernabeu”, nessuno può intuire che, nelle ore precedenti alla gara, sia avvenuto un incontro misterioso e segreto. Un faccia a faccia. Da una parte Jorge Mendes, uno dei procuratori più potente al mondo. Dall’altra Fabio Paratici, braccio destro di Beppe Marotta alla Juve. L’uomo che gestisce tutte le trattative di mercato dei bianconeri. Paratici si complimenta con Mendes per la prestazione di Ronaldo. La risposta dell’agente però lascia spiazzato il ds juventino. “Cristiano vuole andare via da Madrid. E vuole solo la Juve”. Nessuno, nemmeno il tifoso bianconero più ottimista e sognatore può immaginarsi CR7 a Torino. È vero che la Juventus è, da qualche anno, tornata nel gotha del calcio europeo. Scudetti e coppe nazionali a ripetizione. Due finali di Champion’s. Ma qui c’è di più. Qui stiamo parlando del calciatore, se non più forte al mondo, più vincente e dominante. Paratici non ne parla con nessuno, ma quando i due si rivedono a Milano, a maggio, per chiudere il trasferimento a Torino di Cancelo, Mendes rilancia. “Cristiano vuole solo top team, con una grande storia e un futuro vincente”. La conferma che il portoghese vuole cambiare aria arriva dopo la finale di Champions League. Il 7 dei blancos, dopo la conquista della terza coppa di fila, non festeggia con i compagni. Con un cenno chiama il giornalista Rodrigo Faez e alla domanda dell’intervistatore sul suo contratto risponde “È stato bello giocare nel Real Madrid, valuterò il mio futuro”. È tutto vero, Florentino non è disposto a rinnovargli il contratto alle cifre richieste. Cristiano, dopo aver scritto la storia del Madrid, vuole andarsene. Paratici inizia a muoversi. Sa che, per rilanciare la squadra, a fine ciclo dopo sette scudetti consecutivi, ci vuole un grande shock. Tempo dopo, in una intervista alla Gazzetta dello Sport, dichiarerà che l’obiettivo numero uno era Mauro Icardi dell’Inter. Ma l’occasione Ronaldo è troppo grossa. Andrea Agnelli prima crede si tratti di uno scherzo. Poi, numeri alla mano, dà il suo ok e, a questo punto, a Mondiale in corso, parte la trattativa vera e propria. All’inizio sembrano solo gossip. Sparate da calcio mercato. Marotta, ad ogni domanda sul giocatore, non conferma e non smentisce e questo, per gli esperti in materia, significa solo una cosa: che è questione di tempo, perchè la Vecchia Signora è sul giocatore. Il ragazzo, intanto, è stato eliminato agli ottavi del Mondiale dall’Uruguay e si trova in vacanza in Grecia. Con Zidane in partenza e il feeling con Florentino Perez ai minimi termini, non esiste che resti in Spagna. La destinazione più probabile: l’amato United. Voci di corridoio danno per certo l’arrivo a Old Trafford, anche grazie all’intercessione di Sir Alex. Ma la Juve non molla. Giorno dopo giorno le notizie prendono conferma e, quando sembra che la trattativa entri in una fase di stallo, ecco che da Torino calano l’asso. Il pomeriggio di martedí 10 luglio, dall'aeroporto di Caselle, decolla un jet privato. A bordo Andrea Agnelli. Destinazione: Costa Navarino, il luxury residence dove Cristiano sta passando le vacanze. Le foto parlano chiaro. Nessuno si nasconde. La Juve sta per acquist]]>
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      <title>MARCO VAN BASTEN: LA LEGGENDA DEL CIGNO DI UTRECHT</title>
      <pubDate>Tue, 12 Oct 2021 10:27:42 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>Tanto elegante quanto fragile. Marco Van Basten è entrato senza ombra di dubbio nell'Olimpo dei calciatori più grandi di tutti i tempi. Eroe di Ajax, Milan e Olanda, pur dovendo rinunciare alla sua carriera a soli 30 anni. Con l'Ajax vince 3 campionati, 3 coppe dei Paesi Bassi e una Coppa delle Coppe, oltre alla Scarpa d'Oro, ma con il Milan entra definitivamente nella storia del calcio. Insieme a Gullit e Rijkaard comporrà il Milan degli Olandesi che sotto le direttive di Arrigo Sacchi incanterà tutti i tifosi rossoneri e non solo vincendo due volte consecutivamente la Coppa dei Campioni nel 1989 e nel 1990 e lo scudetto nel 1988. Nell'epoca di Maradona e Platini riesce a imporsi al loro livello e a vincere anche il Pallone d'Oro consecutivamente nel 1988 e nel 1989. con Fabio Capello, che succede a Sacchi come allenatore del Milan, vince altri 3 scudetti, un'altra Coppa Campioni e il suo terzo Pallone d'Oro nel 1992. A ciò si unisce il trionfo del 1988 agli europei in Germania dell'Ovest con l'Olanda, battendo in finale l'Unione Sovietica.<br>
Una grande carriera che però si è dovuta arrendere sotto il peso degli infortuni. Non sono bastati quattro interventi per permettere alle sue caviglie di aiutarlo a esprimere il suo calcio, così unico ed elegante e nel 1995, a soli 30 anni, è stato costretto ad annunciare prematuramente il ritiro dal calcio giocato.<br>
</p>]]>
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      <title>RENÉ HIGUITA ||| L'INCREDIBILE storia del RE SCORPIONE</title>
      <pubDate>Thu, 07 Oct 2021 10:57:44 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>6 Settembre 1995. Empire Stadium di Wembley. In programma un'amichevole tra i padroni di casa, organizzatori di Euro ’96, e la Colombia. Jamie Redknapp, centrocampista del Liverpool al suo debutto con la nazionale inglese, prova un cross in area verso le punte. Il traversone è totalmente sbagliato. Imprendibile per chiunque, la palla è diretta tra le braccia del portiere avversario. Una presa semplice con i difensori che nemmeno guardano il loro compagno. Il ragazzo in porta, però, non è un classico portiere. Definirlo stravagante è riduttivo. È un personaggio che ha fatto la storia della Colombia calcistica e non solo. Si tratta di Josè René Higuita Zapata. Atipico, forse pazzo, sicuramente avvezzo alle sorprese. E infatti, invece che bloccare la palla con le mani si inventa d’improvviso “il colpo dello scorpione”. Tuffo in avanti con il corpo, talloni in alto dietro la testa e sfera respinta con le suole degli scarpini. Talmente forte, da arrivare oltre l’area di rigore. “É la palla che avevo aspettato di calciare da una vita”. Dirà a fine partita. Ma la storia romanzesca di René Higuita non si ferma solo a quella sera londinese. Anzi, parte da molto più lontano. Il 27 agosto 1966, in qualche barrio della caotica Medellin, viene alla luce Jose Renè Higuita Zapata. Il padre non si sa chi sia, la madre muore quando lui è un bambino e, di fatto, cresce solo con la nonna e il suo miglior amico: il pallone. Si guadagna da vivere vendendo giornali per strada, ma con il calcio non se la cava male. Inizia in attacco, poi, come in tutte le storie di campioni che si rispettino, il destino decide diversamente. Ad un torneo giovanile si fa male il portiere titolare. Non ci sono le riserve e René si mette tra i pali. Tra quei pali che non abbandonerà mai più. Ma qui siamo dentro un racconto latino americano, dove tutto è illogico e sorprendente. Perchè Renè decide che sarà sí portiere, ma non solo. Diviene uno dei primi portieri – goleador del calcio. Rigori, punizioni, in mischia. Il suo repertorio è vasto e presto gli viene affibbiato il soprannome “El Loco” (Il pazzo), che calza alla perfezione per questo ragazzo dal look stravagante, che vuole rivoluzionare il futbol. Trionfa in Copa Libertadores con l’Atletico Nacional. Perde contro il Milan la finale di Intercontinentale e poi si va in Italia, per i mondiali del 1990. É la Colombia di Rincon, Escobar, Valderrama. Di Francisco Maturana come ct. Passano il girone come terzi e incontrano agli ottavi a Napoli il Camerun. Ai supplementari vanno sotto 1-0 e al minuto 108 succede l’impensabile. Il soprannome “El Loco” si materializza sul prato del “San Paolo”. Higuita riceve palla quasi a metà campo e tenta di dribblare Roger Milla, leggendario numero 9 camerunense. Il portiere dei “Cafeteros” perde palla e regala un gol troppo facile al suo avversario. La partita, che finirà 2-1 per gli africani è anche l’ultima dell’estremo difensore di Medellin alla Coppa del Mondo. La sua vita piene di sorprese, però, non si ferma qui.</p>]]>
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      <title>Dalla CURVA alle BOTTE con IBRA ||| Matteo GABBIA: l'INTERVISTA</title>
      <pubDate>Fri, 24 Sep 2021 09:49:50 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>«Nonna dormi pure, è tutto vero». «No Matteo, non riesco. Non ci credo che sia successo davvero». Non riusciva a dormire. Non aveva neanche finito di guardare la partita contro il Torino. Non ce la faceva. Troppa ansia, troppe emozioni. Credo sia stata la prima volta che le è successo. «Ho giocato a San Siro, con la maglia del nostro Milan». Per una volta ero io a prendermi cura di lei. Se quel giorno avevo sostituito Simon Kjær nella Scala del Calcio, il merito e la colpa erano di Adriana e Gilberto, i miei nonni. Sono stati loro a portarmi allo stadio: abbonamento nel primo anello, settore arancio. Il pre-partita riesco ancora a riviverlo. Quando giocavamo nel posticipo serale, ci trovavamo a casa loro insieme a mio cugino. Facevamo merenda, mangiavamo un toast prosciutto e formaggio e scendevamo. A piedi fino all’incrocio, dove il pullman dei tifosi ci aspettava per portarci allo stadio. Quel Milan era tra le squadre più grandi al mondo ed era davvero un sogno entrare lì dentro. Se ci penso, ricordo lo stadio che si apre ai miei occhi, il profumo fortissimo dell’erba del campo. &nbsp;Quel giorno, il 17 febbraio, ero io a prendermi cura di mia nonna. Avevo esordito in Serie A. Non mi aspettavo che sarebbe successo proprio in quelle ore. Simon si era infortunato, Pioli aveva chiamato Musacchio, che gli rispose: «Non ce la faccio, mi fa ancora male il polpaccio». Il mister non esitò: «Allora Matteo entri te». Era inverno, un freddo tremendo. Ero vestito come uno che sa di non entrare. In 3 secondi mi spogliai, credo di essermi tolto il giubbotto senza neanche abbassare la zip. I parastinchi, dalla foga e la fretta, mi scivolarono pure dalle mani! E alla fine niente, eccomi lì, in mezzo alla difesa insieme a Romagnoli. Alessio è un mio amico, come lo sono Fik e Simon. Fik lo prendo sempre in giro: secondo me neanche lui sa pronunciare il proprio nome. «Oluwafikayomi Oluwadamilola Tomori», ci ho messo diversi giorni per impararlo, ma adesso posso dire di essere il più bravo a ripeterlo nello spogliatoio. Ci vogliamo bene, ci diamo consigli. Kjær mi spiega spesso la fase di posizionamento. Indossare la maglia del Milan a San Siro è un carico di emozioni. Per questo devi imparare a gestire tutti i momenti: quelli dove il cielo è chiaro, quelli dove il cammino è a piedi scalzi sulle spine. Ho incontrato dei compagni stupendi: non solo Kjær e Roma, ma anche Borini, Biglia e tanti altri. Il gruppo è fantastico. Per essere qui ho lottato con le unghie. Sono entrato per la prima volta a San Siro nel 2004. E a giudicare dall’inizio, la mia avventura con il Milan non poteva che essere stupenda. Giocavamo contro la Fiorentina, io avevo da poco compiuto 5 anni. Vincemmo 6-0: Seedorf, Crespo, poi Sheva. E poi ancora Crespo, Sheva, a chiudere la doppietta di Seedorf. Una giornata trionfale: sulla strada verso lo stadio, i tifosi della Fiorentina tirarono diverse uova verso i vetri del pullman e io scoppiai a ridere. La cosa mi divertiva così tanto, non chiedetemi perché.</p>]]>
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      <title>Dal DISASTRO Ventura a CAMPIONI D'EUROPA ||| Il TRIONFO dell'ITALIA</title>
      <pubDate>Mon, 20 Sep 2021 13:02:25 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>Dal DISASTRO Ventura a CAMPIONI D'EUROPA ||| Il TRIONFO dell'ITALIA Saka è sul dischetto del rigore. È il quinto penalty, quello decisivo per decretare un vincitore o per andare a oltranza. Sapete tutti cosa sta per accadere. L’avete visto con i vostri occhi, avete vissuto quel momento e l’avete fatto vostro. Rimarrà indimenticabile per sempre nelle vostre vite. Lo racconterete ai vostri figli, ai vostri nipoti, alle persone che non hanno potuto provare quelle emozioni speciali, uniche. Vi ricorderete dove eravate, con chi eravate, cosa è successo subito dopo. Sono istanti che durano per sempre. Questa è solo una delle tante istantanee dalla quale potevamo partire. Perché dietro ogni singola partita, ogni singola azione ci sono storie che meritano di essere raccontate. Per interiorizzare ciò che sta per accadere bisogna capire come si è arrivati fin lì, perché non è importante sapere solo come si è conclusa la storia, ma soprattutto come si è svolto il viaggio. Bisogna capire perché è così essenziale parare quello stramaledetto rigore. Questa volta c’è qualcosa di più, non è semplicemente l'avventura della nostra Nazionale. È una storia di persone che hanno cambiato il mondo dello sport, una storia di uomini che meritavano di alzare una coppa in quello che è il tempio del calcio.&nbsp;</p>]]>
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      <title>Dalla SERIE B allo SCUDETTO ||| La FAVOLA della SAMPDORIA</title>
      <pubDate>Mon, 13 Sep 2021 10:00:16 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>La Superba, Francesco Petrarca fu il primo a chiamarla così. Per il suo portamento elegante e maestoso, visibile solo a chi la osservava dal mare. Genova è unica, gelosa come nessuna delle proprie ricchezze, degli angoli che tiene nascosti agli occhi inesperti di un forestiero. È una città schiva, un po’ timida e follemente orgogliosa. Forse più dei suoi difetti che dei suoi pregi. Ed è proprio questo senso smodato di appartenenza, questa chiusura mentale anche verso il potere di Milano e Torino, che le ha permesso, 30 anni fa, di diventare il teatro dell’ultima vera favola del calcio italiano: la Sampdoria di Paolo Mantovani. &nbsp;A Genova, fino al 1946, oltre al Genoa dei 9 scudetti, vinti tutti tra il 1898 e il 1924, c’erano altre due squadre: la Sampierdarenese e l’Andrea Doria. La prima era iscritta al campionato di Serie A, ma versava in condizioni economiche disastrose, la seconda era stata esclusa dalla massima serie, ma al contrario disponeva di ampia liquidità e aveva comprato giocatori di primo livello. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, a Sampierdarena, in uno dei quartieri più poveri e popolosi della città, all’interno dello storico Bar Roma, i soci della Sampierdarenese si riunirono per decidere se fondersi o meno con l’Andrea Doria. Nei primi 40 anni di storia, la Samp non riuscì mai ad alzare neanche un trofeo, retrocedendo in Serie B in due occasioni. Il fondo venne toccato nel 1978, quando ottenne il peggior risultato della propria storia, piazzandosi al 9° posto nel campionato cadetto. &nbsp;“Genova non avrà mai più una grande squadra”. La frase di Edmondo Costa, presidente della Samp in quella stagione, dev’essere risuonata per giorni nella testa di Paolo Mantovani. In effetti, gli anni in cui Genova comandava il calcio italiano erano ormai un lontano ricordo, il livello della Serie A si era alzato sempre di più e i dirigenti blucerchiati pensavano fosse impossibile vedere un giorno la Sampdoria tra le grandi. Beh, si sbagliavano di grosso. Non potevano ancora saperlo, ma c’era un signore con le idee chiare e sogni enormi, pronto a condividerli con un popolo intero. Esistono uomini in grado di cambiare il corso delle cose. Talmente coraggiosi da mettere in discussione la storia e riscriverla a loro piacimento. Paolo Mantovani è uno di questi. Nato a Roma, si trasferì a Genova a 25 anni per non lasciarla più. Il percorso che lo ha portato a diventare presidente della Sampdoria meriterebbe un documentario a parte. Malato di calcio e tifoso laziale, entrò nella Samp come addetto stampa tra il ‘73 e il ’76, ben presto però capì i limiti e i problemi di una società di calcio. Secondo lui gestita con troppa leggerezza e scarsa professionalità. Decise di mollare e investire tutta la sua vita nella carriera imprenditoriale. In poco tempo divenne un petroliere potente e ricchissimo, e quando nessuno ci credeva, a pochi mesi da quella dichiarazione di Edmondo Costa che aveva fatto infuriare Genova, acquistò la Sampdoria in Serie B il 3 luglio 1979. Il giorno della svolta nella storia del Doria.</p>]]>
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      <title>IL FALLO KILLER su MARADONA ||| La storia del MACELLAIO di BILBAO</title>
      <pubDate>Thu, 09 Sep 2021 10:02:09 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[Se provate ad entrare in casa di un qualsiasi giocatore in pensione, è praticamente certo che troverete una stanza le cui pareti sono decorate di medaglie e riconoscimenti. Ricordi dei loro giorni passati sul rettangolo verde mostrati con grande orgoglio. Sono il lascito delle loro carriere che vengono inevitabilmente erose dal tempo. Tutti hanno un oggetto che amano più rispetto ad altri. Esiste però un calciatore il cui cimelio più prezioso non è un trofeo ma un paio di scarpini. Li conserva all’interno di una teca di vetro e li espone con grandissima fierezza. Li ha indossati sabato 24 settembre 1983 a Barcellona, stadio Camp Nou. Il Barca sfida l’Athletic Bilbao campione in carica nella Liga. Tra i padroni di casa, brilla la stella di Diego Armando Maradona. La gara è già sul 2 a 0, quando il Diez tocca la palla con il suo magico sinistro. Alle sue spalle, però, si getta in spaccata il suo marcatore. É una colonna del Bilbao, gioca in difesa, e quella sera ha l’ingrato compito di marcare a uomo il Pibe de Oro. Si chiama Andoni Goikoetxea. È proprio lui il giocatore che tiene le scarpe indossate quella sera come reliquia. In Catalunya è tutto tranne che amato, visto che, anni prima, in uno scontro di gioco, aveva rotto il ginocchio a Bernd Schuster. Ma è quella sera che avviene l’episodio che cambierà per sempre la sua vita. Perchè dal settembre 1983, il difensore basco non sarà più conosciuto come “Il Gigante di Alonsotegi”, ma come “Il macellaio di Bilbao”. Quando “El Gigante” si infila nel tunnel per entrare in campo, sa già che non sarà una gara qualsiasi. Certo, i suoi sono campioni di Spagna e sono favoriti per il bis, ma c’è dell’altro. Andoni, un volto duro come le montagne dei Paesi Baschi, è per tutti i tifosi “culè”, l’uomo che ha rotto Schuster, il talentuoso fantasista tedesco. Si aspetta solo una cosa: i fischi che i 90mila del Camp Nou gli rifileranno ogni volta che toccherà palla. Javier Clemente, il suo allenatore, forse per evitare guai peggiori, lo mette in marcatura non su Schuster, ma su Maradona. Diego è la nuova stella dei blaugrana. Goikoetxea conosce il suo compito. Difendere e picchiare, non importa chi hai davanti. Anche in quel modo i biancorossi bilbaini hanno trionfato in Liga l’anno prima. La partita, però, è un’agonia per i suoi e il pubblico di casa si diverte a provocare l’odiato rivale. Schuster entra duro su di lui, l’arbitro fa correre a quel punto, in Andoni, qualcosa cambia. Perde la testa e desidera solo vendetta. Non ha un obiettivo preciso, basta che indossi la casacca rossoblu catalana. Minuto ’58. Maradona corre incontro alla palla per anticipare un suo compagno. Un tocco solo per allungarla. Poi, il buio. Goikoetxea entra in scivolata, con una forza e violenza esagerata, sulla caviglia sinistra dell’argentino. Diego cade in maniera innaturale, quasi lasciandosi la gamba dietro al corpo. Fa in tempo a toccarsi la gamba, poi si accascia. “Mi sono rotto tutto” grida, mentre qualche rivale gli intima di rialzarsi e “El Gigante” si becca il cartellino giallo. Anni dopo, affermerà: “Avevo sentito un rumore forte, come di un legno che si spezzava”. La caviglia del Diez si sbriciola in tre punti diversi. Lo stadio intero è incredulo. Il ventiduenne di Lanus esce in lacrime, mentre il Gigante di Alonsotegi smette di esistere. D’ora in poi, per la Spagna e il mondo del calcio intero, sarà per sempre “El carnicero de Bilbao”.]]>
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      <title>ITALIA - COREA e la beffa MORENO ||| Il DISASTROSO MONDIALE 2002</title>
      <pubDate>Thu, 26 Aug 2021 10:32:18 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[Il 19 luglio del 1966, l’Italia esce dal Mondiale inglese dopo una clamorosa sconfitta contro la Corea del Nord. Un risultato talmente inaspettato che, per anni, il termine “Corea” nel calcio tricolore sarà sempre associato a questa disfatta. Il 18 giugno 2002, la nazionale azzurra, guidata da Giovanni Trapattoni, scende in campo a Daejon per gli ottavi di finale di un altro Mondiale. E, ironia della sorte, i nostri affrontano proprio una delle nazioni ospitanti. La Corea del Sud. L’Italia è partita per l’Estremo Oriente come una delle favorite. La sua rosa è fatta in gran parte di campioni all’apice della loro carriera. L’entusiasmo per i ragazzi del Trap si è gonfiato a dismisura con il passare del tempo. Forse troppo. Infatti, quando i nostri escono dal tunnel del nuovissimo impianto coreano, nel dentro o fuori con i ragazzi di Hiddink, l’atmosfera non è più la stessa di un qualche mese prima. E il rischio di rivivere, 36 anni dopo, un’altra “Corea” è concreto. Anche perchè, gli azzurri dovranno vedersela anche con un altro, inaspettato, avversario. Ma per capire come siamo arrivati a questa drammatica situazione, dobbiamo fare un piccolo salto indietro nel tempo. (ALTRA POSSIBILE INTRO)La nazionale italiana che deve ripartire dopo la beffa di Euro 2000, viene affidata a Giovanni Trapattoni. Uno degli allenatori più vittoriosi della storia del nostro calcio. La rosa a sua disposizione è, senza dubbio, una delle migliori degli ultimi anni. Il girone di qualificazione è tutto tranne che proibitivo. Un gruppo modesto, dove i nostri non brillano per gioco espresso, ma riescono comunque a qualificarsi come primi. Si va in Estremo Oriente, nonostante un fischiatissimo 1-0 agli ungheresi a Parma. Un campanello d’allarme, che forse il clan Italia non ascolta come dovrebbe. Come può una squadra che presenterà, tra i 23 convocati, nome del calibro di Totti, Del Piero, Vieri, Inzaghi, Maldini, Buffon, Nesta e Cannavaro, preoccuparsi di qualche scialbo risultato? L’opinione pubblica mette gli azzurri sul podio dei favoriti assieme ai campioni di tutto della Francia e all’Argentina di Crespo e Batistuta. Storicamente, non un buon auspicio. I problemi, però, non tardano ad arrivare. Per esempio, ad aprile, in un inutile test match contro l’Uruguay, si infortuna il terzino titolare, Gianluca Pessotto. Un mese dopo, al momento di diramare le convocazioni finali, ecco la sorpresa. Roberto Baggio, che aveva cercato in tutti i modi di recuperare dall’infortunio per vestire un’ultima volta la maglia azzurra, viene escluso dai 23. I tifosi la prendono malissimo e a nulla valgono le giustificazioni del Trap, che vuole giocarsela con “i suoi”, con quelli che da due anni lo hanno accompagnato nel cammino verso l’Oriente. Il gruppo della fase a gironi è francamente alla nostra portata. Ci sono la debuttante Ecuador e le mine vaganti Croazia e Messico. Qualche sofferenza si può mettere in conto, ma l’Italia ha, senza dubbio, il miglior reparto offensivo del torneo. Migliore anche, sommando le riserve, di quello del Brasile. I nostri, nonostante una formazione tutt'altro che votata all’attacco, come da tradizione trapattoniana, vincono 2-0 contro l’Ecuador senza strafare, anzi sbagliando più volte il terzo gol. Tutto cambia all’inizio della seconda partita. Con la Croazia giochiamo una pessima gara. Già, perchè la nazionale, nonostante i top player in squadra, non è irresistibile come tutti pensavamo. Inoltre di mezzo ci si mette un altro avversario: una classe arbitrale che lascia qualche perplessità. Ci sono due episodi che non tornano. Sul risultato ancora fermo sul pari, Vieri mette in porta per l’1-0. Il gol è chiaramente valido, ma il guardalinee alza la bandierina. Fuorigioco. Passano cinque minuti e stavolta la rete di Bobo è regolare. Vantaggio azzurro. Eppure, quello che potrebbe essere, di fatto, la rete della qualificazione, diventa lo spartiacque del nostro mondiale.]]>
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      <title>L'incredibile ACQUISTO di RONALDO il FENOMENO</title>
      <pubDate>Thu, 12 Aug 2021 10:01:36 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p><br>
25 luglio 1997. Una tranquilla mattina d’estate milanese. Tra i marciapiedi della centralissima via Durini passeggiano due uomini di mezza età. Sono insieme ad un ragazzo. Giovane, cappello in testa e un sorriso contagioso stampato sul volto. Si stanno dirigendo verso gli uffici della Saras, dove li aspetta il presidente dell’Inter, Massimo Moratti. Quegli uomini sono Luis Suarez e Sandro Mazzola, due leggende della Grande Inter anni ’60, ora dirigenti della società nerazzurra. E il ragazzo che cammina con loro altri non è che Luis Nazario Da Lima, per tutti Ronaldo. Mancano pochi minuti, infatti, alla ufficializzazione del colpo del secolo per il calcio mercato italiano. Il più grande giocatore del momento sta per firmare con la Beneamata. La stagione 1996/97, per i nerazzurri, è stata quella dei rimpianti. Partiti per contendere a Juve, Milan e Parma il campionato e puntare alle coppe, gli uomini di Hodgson si sono ritrovati con la bacheca dei titoli totalmente vuota. Terzi a debita distanza dai bianconeri di Lippi in Serie A, mentre nelle altre due competizioni la lotteria dei rigori ha sempre premiato gli avversari. Fuori dal Napoli in semifinale di Coppa Italia. Sconfitti in finale dagli outsider dello Schalke 04 in UEFA. Tutto questo con una rosa fatta di campioni quali Zamorano, Djorkaeff, Zanetti e Pagliuca. Qualcosa però, inutile nasconderlo, manca. Soprattutto davanti. Maurizio Ganz e Marco Branca sono buoni bomber, ma non di alto livello. Ci vorrebbe una punta veloce, capace di aprire le difese e creare i varchi per gli inserimenti dei centrocampisti. O, in alternativa, un vero e proprio Fenomeno. E, a quel punto, Massimo Moratti ha una idea. Folle, ma capace di cambiare le sorti della squadra, non solo per la prossima stagione, ma per il futuro a lungo termine del club. Il suo interesse si sposta in Spagna, per la precisione a Barcellona. Al Camp Nou, con la maglia numero 9 blaugrana, gioca un ventunenne brasiliano che ha letteralmente cambiato il calcio. É un mix spaventoso di classe, velocità, potenza e senso del gol. Un 9 e 10 combinati insieme. Si chiama Ronaldo e nel suo curriculum vanta già un campionato statale e una Coppa del Brasile con il Cruzeiro e una Coppa d'Olanda con il PSV. Ma, soprattutto, una media gol da far impallidire Sua Maestà Pelè. 44 gol in 47 gare con i blu di Belo Horizonte, 54 in 57 con i biancorossi olandesi. Inoltre, pur senza giocare, è Campione del Mondo con la sua nazionale, dove segna a ripetizione. La stagione che, però, lo consacra al calcio è proprio l’annata ’96-’97. Sotto la guida di Bobby Robson, il “Fenomeno”, come ormai tutti lo chiamano vince Copa del Rey e Coppa del Coppe (con rigore decisivo in finale), condendo la stagione con 47 reti in 49 match. Tra tutte, resta indimenticabile lo “slalom speciale” con cui manda al bar l’intera squadra del Compostela, per un gol che rimarrà storico. E, per non farsi mancare nulla, si presenta in formissima alla Copa America in Bolivia. Il Brasile di Zagallo è nella sua versione “joga bonito”. Molto più forte della squadra del 1994 e con l’unico obiettivo di schiacciare le rivali da qui fino al 12 luglio 1998, giorno della finale del mondiale francese, che sanno già di vincere. Ronaldo segna 5 reti in 6 partite, alza il trofeo e a quel punto è già da mesi l’uomo mercato per eccellenza. Lo vogliono tutti e Nunez, il presidente del Barcellona, si ritrova come nell’estate del 1984, quando cercò in tutti i modi di trattenere in Catalunya Diego Armando Maradona. A fine marzo, scoppia la bomba di mercato. “Repubblica” esce con il titolo “Ronaldo è già della Lazio”, raccontando di una indiscrezione di “Marca” che prevede un ingaggio doppio del team di Cragnotti rispetto all’attuale, oltre che a un aumento del budget pubblicitario della Cirio, sponsor dei biancocelesti. Cinque anni di contratto, il massimo possibile in Italia e una trattativa anche per cambiare sponsor tecnico. Da Umbro a Nike, che ha appena siglato con il Fenomeno un ]]>
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      <title>Il giorno in cui ROY KEANE spezzò la CARRIERA di HAALAND</title>
      <pubDate>Thu, 05 Aug 2021 10:09:25 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>Il giorno in cui ROY KEANE spezzò la CARRIERA di HAALAND &nbsp;“Avevo aspettato abbastanza. L'ho colpito dannatamente forte. Beccati questo stronzo. E non provare mai più a ghigniarmi in faccia che sto simulando un infortunio!” &nbsp;La vendetta è un piatto che va servito freddo. Una delle massime più usate nella storia della letteratura e del cinema. Da Stephen King a Quentin Tarantino. Una frase dall’origine sconosciuta, che però calza alla perfezione con il racconto di ciò che avvenne il 21 aprile del 2001. Il luogo di quella che, più che una battaglia, possiamo definire come una faida è l’Old Trafford. Il “teatro dei sogni” ospita il big match di giornata: il derby di Manchester. Da una parte, gli imbattibili Red Devils, riconfermatisi campioni d’Inghilterra ancora una volta. Dall’altra, i rivali del City, quasi certi di una retrocessione umiliante, al termine di una stagione da dimenticare. Un testacoda che, più che per la classifica, elettrizza i tifosi sugli spalti. La gara ricalca le attese. Lo United è più forte, ma gli Sky Blues non ci stanno. Non vogliono collezionare l’ennesima figuraccia. &nbsp;Howey porta i vantaggio gli ospiti, Sheringham pareggia su rigore, ma a pochi minuti dalla fine del match, succede un qualcosa di imprevisto e cruento. Imprevisto per tutti, tranne che per il protagonista del gesto. C’è una palla contesa nella metacampo City. Sulla sfera si lanciano in due. Hanno lottato uno contro l’altro per novanta minuti, ma non solo. Si conoscono e si odiano da almeno quattro anni. Sono Alf Inge Haaland, difensore norvegese del City e Roy Keane, icona dello United. Ed è proprio l’irlandese il protagonista di questa violenta storia. Ma, prima di capire come finirà, dobbiamo tornare indietro al 27 settembre 1997. Leeds, stadio Elland Road. Per la nona giornata della Premier League ‘97/’98 si affrontano i padroni di casa e lo United di Alex Ferguson. I bianchi di Graham, nonostante la disparità di rosa, sono una buona squadra. Per esempio, davanti giocano l’olandese Hasselbaink, futuro giocatore del Chelsea e il giovane australiano Kewell. In difesa, invece, appena arrivato dal Nottingham Forest, c’è Alf Inge Haaland. Giocatore duttile, di gran temperamento e dai piedi non proprio educati, è l’uomo giusto per queste partite. Lotta e non si tira mai indietro. Proprio come nei minuti finali della partita. Con il Leeds in vantaggio 1-0, grazie a una incornata di Wetherall, i Red Devils si buttano in avanti. Johnsen prova un filtrante per l’imbucata di Roy Keane. Il numero 16 affianca la sua corsa proprio a quella di Haaland. Dalle immagini non si capisce se i due si tocchino o si sfiorino appena. Sta di fatto che la palla esce sul fondo e l’irlandese cade in maniera innaturale. Il centrocampista resta a terra e in molti realizzano che l’infortunio è più serio del previsto. Roy è un lottatore nato, uno di quelli che non tira mai indietro la gamba , né con il club né con la Nazionale. Nella sua carriera, ha avuto scontri verbali e soprattutto fisici con mezza Premier. Insomma, quella botta non è certo un colpo da poco. Ma, mentre il giocatore dello United si sta disperando, il suo avversario si avvicina furente verso di lui e gli urla qualcosa. Come se lo volesse accusare di simulazione per guadagnarsi un penalty. Nigel Martyn, portiere del Leeds, intuendo la gravità dell’accaduto, allontana subito il suo compagno di squadra. Ma forse, in cuor suo, il numero uno inglese sta solo cercando di salvare il norvegese da una possibile vendetta. Già perché Keane non è tipo da dimenticare il passato. Fedele al suo credo di prenderle e darle senza risparmiarsi, in quei tremendi momenti e durante le visite mediche che gli confermano la rottura del legamento crociato anteriore, medita solo una cosa. Vendicarsi del suo rivale.</p>]]>
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      <title>Il MALEDETTO EUROPEO 2000 ||| La beffa FINALE</title>
      <pubDate>Mon, 26 Jul 2021 10:02:04 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>❌ Il MALEDETTO EUROPEO 2000 ||| La beffa FINALE ❌&nbsp;</p><p>Rotterdam, stadio De Kuip. Domenica 2 luglio 2000. Siamo al 93esimo minuto della finale dell’undicesima edizione dei Campionati Europei. La Nazionale Italiana contro ogni pronostico sta vincendo 1 a 0 contro la Francia, contro i rivali di sempre. Mancano poche manciate di secondi al fischio finale. Fabien Barthez sta per provare l’ultimo disperato rinvio. L’arbitro, lo svedese Frisk, ha assegnato quattro minuti di recupero. In panchina, tutti i giocatori si stringono in un abbraccio, mentre il ct cammina nervoso davanti a loro. Hanno resistito, difeso e fallito due clamorose occasioni in contropiede. Ma adesso sono lí, a un niente dall’alzare in faccia ai francesi la seconda Coppa Henri Delanuay della loro storia. Tutti pensano che sia fatta, ma si sbagliano. Prima di raccontarvi quello che sta per accadere però bisogna fare un passo indietro. L’Italia che riparte dopo Francia ’98 è un’incognita. La maledizione dei rigori sembra non avere mai fine. Le polemiche sulla staffetta Baggio – Del Piero hanno logorato Cesare Maldini. Sulla traversa di Di Biagio è calata l’era dell’ex capitano del Milan sulla panchina della Nazionale. La Federcalcio decide, quindi, di chiamare come ct non un mito, ma Il Mito. Dino Zoff. Un fenomeno come calciatore. Una buona esperienza come allenatore. Il mister friulano lascia la Lazio, di cui era presidente, e torna a Coverciano. Obiettivo: qualificazione a Euro 2000. La prima edizione “condivisa” di una manifestazione calcistica, che si svolgerà tra il Belgio e l’Olanda. Gli azzurri sono inseriti in un girone di qualificazione abbordabile. Unica avversaria: la Danimarca. Per il resto, ci sono Svizzera, Galles e Bielorussia. I nostri iniziano bene, con due vittorie tra settembre e ottobre, ma presto vengono a galla tutti i loro problemi. Con il Divin Codino e Pinturicchio infortunati, la qualità e il gioco latitano. Davanti ad un’ottima difesa, con i giovani “senatori” Nesta e Cannavaro già titolari, un centrocampo tutto muscolare e un attacco leggero sembrano non bastare. Di fatto, segna il solo Inzaghi, visto che anche Bobo Vieri attraversa più tempo in infermeria che in campo. Le cose iniziano a precipitare esattamente a dodici mesi dall’inizio degli Europei. Dopo un comodo 4-0 al Galles, i nostri vanno a Losanna contro i rossocrociati. Con i tre punti mancherebbe veramente poco al pass per Euro 2000. La partita, invece, è un’agonia. I padroni di casa surclassano gli ospiti per tutti i 90 minuti. Di fatto, è un assedio alla porta di Buffon che, un po’ per bravura, un po’ per fortuna, mantiene la porta inviolata. Uno 0-0 che suona come un campanello d’allarme. Zoff non si scompone, ma quando i suoi, a settembre, perdono 3-2 a Napoli dai danesi, dopo essere stati avanti 2-0, allora stampa e opinione pubblica voltano le spalle al ct. Colpevole di non aver dato un gioco alla Nazionale, di aver smarrito quell’entusiasmo che ci aveva accompagnati al mondiale francese, il mister friulano si sente ormai un uomo all’angolo. La conferma arriva un mese dopo, quando l’Italia strappa un modesto pareggio in Bielorussia che significa qualificazione diretta all’Europeo. Novanta minuti scialbi e opachi, proprio come la squadra in campo. E la polemica tra il commissario tecnico e i telecronisti Rai a fine partita, non fa che confermare una cosa: nel giro di pochi mesi, il feeling tra l’ex Juve e il clan Italia è ormai finito.</p>]]>
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      <title>La PEGGIORE MALEDIZIONE nella storia del CALCIO ||| L'ANATEMA di BÉLA GUTTMANN</title>
      <pubDate>Wed, 21 Jul 2021 09:36:25 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>🔴 La PEGGIORE MALEDIZIONE nella storia del CALCIO ||| L' ANATEMA di BELA GUTTMAN 🔴 &nbsp;Vienna, 22 maggio 1990. Un signore sulla cinquantina cammina da solo tra i viali e le tombe monumentali del cimitero centrale. Dentro di sè ha un misto di paura e speranza. Cerca una lapide in particolare. Non quella di un parente, ma quella di un suo ex allenatore. Un uomo dalla vita romanzesca, che ha dedicato la sua esistenza al calcio, prima in campo e poi in panchina. Il signore in questione altri non è che Eusebio da Silva Ferreira, uno dei migliori calciatori di sempre ed ora presidente onorario del Benfica. Il mister sepolto nella capitale austriaca è, invece, Bela Guttmann. Mancano poco meno di 24 ore alla finale di Coppa dei Campioni. Le Aquile di Lisbona devono incontrare l’avversario peggiore che potesse loro capitare: il Milan campione in carica, in quella che sarà la riedizione della storica finale del 1963. Precedenti a parte, la domanda che in molti si fanno è: perchè la Pantera Nera, anima carismatica dei lusitani in campo e fuori, sente il bisogno di recarsi in preghiera sulla tomba di uno dei suoi allenatori? Quello che all’apparenza sembra un momento di raccoglimento, nasconde una motivazione molto più profonda ed inquietante. Già, perché Eusebio, in quegli attimi, sta cercando in tutti modi di cancellare una vera e propria maledizione che aleggia sulla sua squadra da ormai 28 anni (FINE INTRO). Per capire i motivi di questa storia, tanto unica quanto originale nell’universo del pallone, dobbiamo tornare alle sue radici. Inizio anni ’60. L’Europa del calcio ha da poco scoperto la Coppa dei Campioni. Creata e organizzata dall’UEFA al tramonto del decennio precedente, mette di fronte i campioni nazionali di tutte le federazioni affiliate. E all’epoca, c’è una squadra che domina incontrastata ogni edizione: il Grande Real. Vince le prime cinque, stabilendo un record di trionfi consecutivi tutt’ora imbattuto, ma nella primavera del 1961 le Merengues vengono eliminate dagli odiati rivali del Barcelona. I blaugrana arrivano alla finalissima di Berna, dove perdono per 3-2 contro i campioni del Portogallo: il Benfica. I rossi di Lisbona sono allenati da un sessantaduenne ungherese, figlio di due ballerini di origine ebraica, che è stato uno dei primi mister giramondo ed ha avuto una vita che meriterebbe un racconto a parte. Si chiama Bela Guttmann. Inizia seguendo le orme dei genitori, diviene istruttore di danza, ma una volta giunto a Vienna si accorge che il calcio è molto meglio. Diventa addirittura uno dei primi europei a giocare negli USA, dove, al di fuori del pallone, alterna fortune e miserie nell’era del Proibizionismo. Durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale si trasforma a tutti gli effetti in un fantasma. Nessuno sa niente di lui e quando il conflitto finisce, Guttmann ricompare come se nulla fosse. E a chiunque gli chieda dove fosse stato, la sua risposta è sempre la stessa: “Dio mi ha salvato”. &nbsp;Insomma, un personaggio atipico nel mondo del calcio, capace di un’impresa unica. Il 2 maggio 1962, allo stadio Olimpico di Amsterdam, rimonta due volte e poi annienta il mitico Real Madrid di Miguel Munoz per 5-3. Non basta un Puskas in stato di grazia. Non bastano la classe Di Stefano e i dribbling di Gento. L’innovativo 4-2-4 del mister magiaro stupisce tutti. E poi davanti gioca una forza della natura che ha poco più di vent’anni, è nato nell’allora colonia portoghese del Mozambico e ha distrutto da solo la difesa blanca: Eusebio. Quando il capitano delle Aquile, Jose Aguas, solleva la seconda coppa consecutiva, non può sapere che la storia della sua squadra ha appena raggiunto il picco più alto. E che, nella memoria collettiva di tutti i tifosi del Benfica, esisterà sempre un prima e dopo 2 maggio 1962.</p>]]>
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      <title>GORAN PANDEV racconta la sua CARRIERA ||| 20 anni da LEGGENDA</title>
      <pubDate>Mon, 19 Jul 2021 09:32:11 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>⭕ Goran Pandev: l'intervista ⭕ Come sei arrivato a quasi 38 anni così? «Forse sono così carico perché sono alla fine. Sicuramente è il lavoro quotidiano, tutti i giorno. Alla mia età per star bene devi lavorare, devi allenarti, più di prima, di quando eri più giovane. Pensi a quello a cui stai mangiando, ad andare a letto prima, devi fare tanti sacrifici, li facevo anche prima ma ultimamente li fai di più perché a questa età i sacrifici ci vogliono per giocare a questi livelli, non è facile. Poi in Nazionale abbiamo fatto un’impresa bellissima». Il gol decisivo contro la Georgia e contro la Germania. Che emozioni sono? «Tanta gente da noi ancora non ci crede, ma nemmeno io, ad essere sincero. La Germania è una squadra che negli ultimi 20 anni ha perso 2/3 volte, poi qualificazioni pre mondiali abbiamo fatto una grande partita, non pensavo che la potevamo vincere. Abbiamo fatto veramente benissimo e abbiamo vinto con una squadra che adesso può vincere anche l’Europeo perché è una delle favorite». Sei arrivato in Italia giovanissimo, all’Anconitana, com’è stato arrivare lì? «Mi hanno mandato in prestito, ero all’Inter Primavera poi ho fatto Spezia in Serie C poi Ancona è venuta in Serie A e mi hanno mandato in prestito là. Giocare in Serie A per me era un sogno, ho visto che giocatori aveva preso l’Ancona, fino all’altro ieri li stavo guardando in TV poi ho cominciato ad allenarmi con loro, una bella soddisfazione, anche se quell’anno siamo retrocessi per me è stata una bella esperienza per iniziare in un campionato molto importante perché la Serie A in quegli anni era il miglior campionato d’Europa». Ma è vero che Dario Hubner fumava all’intervallo? «Lui fumava sì, ma all’intervallo non l’ho mai visto. Forse in bagno. Fumava ma era un grande giocatore. Era anche a fine carriera, per lui parlavano i gol, ne ha fatti tanti in Serie A». Cos’è cambiato da quel calcio a quello di oggi? «Sono cambiate tante cose, adesso pensi a cosa devi mangiare. C’è il nutrizionista, devi fare in un certo modo. Prima non era così, era più libero, ti divertivi molto di più, era più combattuta anche la Serie A. Secondo me era molto più forte. Adesso ci son tanti ragazzi giovani che già pensano di aver fatto grandi cose, entrano dentro e non gli si può dire neanche niente. Qua a Genova ci sono ragazzi bravissimi che possono ancora crescere tanto». Il primo regalo che hai fatto con il primo stipendio da professionista? «Al primo stipendio qua in Italia ho regalato la macchina a mio padre. Aveva una macchina che per arrivare ad allenamento prendeva fuoco. Mi ricordo che era una BMW 320 a Diesel. Non era nuova, l’abbiamo trovata qua usata. Io non mi sono regalato niente. Penso sempre prima alla mia famiglia». Dopo l’Ancona la Lazio. La doppietta col Real Madrid, contro una super difesa: Ramos, Cannavaro, Heinze, Marcelo e Casillas in porta. «Grande difesa. A pensarci oggi mi sa che non tocco palla, ero più giovane. Sì mi ricordo quella partita, ho fatto 5 anni e mezzo alla Lazio, secondo me i migliori della mia carriera. Le partite più belle le ho fatte nella Lazio, poi ero più giovane, con Delio Rossi che m’ha dato tanto, mi ha dato anche fiducia per giocare. Ho fatto tante belle partite alla Lazio e tanti gol, ho fatto tanti ruoli, non solo attaccante, anche da esterno, quando è arrivato Di Canio, c’era Rocchi, c’era Muzi, Peruzzi, Oddo, Inzaghi, giocatori importanti. Una bella esperienza.».</p>]]>
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      <title>Il PAZZESCO MIRACOLO della GRECIA ||| EURO 2004</title>
      <pubDate>Mon, 12 Jul 2021 09:19:18 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>🧿 Il PAZZESCO MIRACOLO della GRECIA ||| EURO 2004 🧿 &nbsp;11 ottobre 2003. Atene. Un caldo sabato sera di inizio autunno. Dentro il vecchio stadio Nikolaidis, storico catino del Panathinaikos, sta per andare in scena una partita storica. La Grecia si gioca, per la prima volta dopo ventitré anni, l’accesso alla fase finale del Campionato d’Europa. Avversario: l’Irlanda del Nord. &nbsp;É l’ultimo match del girone. Un solo punto divide i biancoblu di Atene dalla strafavorita Spagna. Le Furie Rosse giocano in Armenia, ma oltre alla vittoria, scontata, devono sperare che la Grecia perda o almeno pareggi. Nessuno, il 7 settembre dell’anno prima, si sarebbe aspettato un testa a testa del genere. &nbsp;L’atmosfera è bollente, come da classica tradizione ellenica, e la partita ricalca il copione che ci si aspettava. Padroni di casa “tirati” e nervosi, biancoverdi di Belfast senza più nulla da chiedere, che se la giocano alla loro maniera. Fisico e ripartenze. A onor del vero, di azioni nordirlandesi ce ne saranno poche durante il match. Perché i greci, nonostante la tensione, giocano meglio. Soprattutto nel secondo tempo, quando l’orologio della storia del calcio biancoblu segna il minuto 69. Zisis Vryzas. La punta del Perugia, a tu per tu con il portiere avversario, viene steso da McCarthy. Rigore e cartellino rosso. Il numero 10 della Grecia, l’ex Siviglia Vasilios Tsiartas, la mette precisa precisa nell’angolino destro. 1 a 0. La partita, di fatto, finisce lì. La festa della Grecia comincia. Sono a Euro 2004. Andranno in Portogallo. Già, ma la domanda è come ha fatto una squadra tutto sommato mediocre ad arrivare prima nel girone di qualificazione, davanti alla Spagna dei vari Raul, Morientes, Casillas, Xavi. L’uomo del destino è un tedesco di 65 anni, alla prima esperienza estera e specialista nei “miracoli calcistici”. Si chiama Otto Rehhagel. Allena la nazionale da due anni. Si siede sulla panchina dei biancoblu per la prima volta nell’Ottobre del 2001. La squadra è in crisi. Non giocano un torneo dal ’94, quando uscirono dal Mondiale americano dopo tre partite, zero gol e, soprattutto, zero punti. Per il resto, pochi sorrisi e tante delusioni. Proprio come la prima partita di Rehhagel. Un 5 a 1 in Finlandia, con 4 gol &nbsp;presi in mezz’ora. Ma Otto non è tipo da demoralizzarsi facilmente. Ha guidato per quasi quindici anni il Werder Brema, portandolo a vincere campionato, coppa nazionale e Coppa delle Coppe.</p>]]>
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      <title>A CASA di DAVIDE CALABRIA</title>
      <pubDate>Fri, 09 Jul 2021 09:58:36 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>⭕ A CASA di DAVIDE CALABRIA ⭕ &nbsp;«Colazione e pranzi obbligatori a Milanello. Sempre stato così. Almeno da quando c’è Pioli quindi più o meno dall’inizio del Covid». Hai sempre sognato Milanello? &nbsp;«Assolutamente sì, son cresciuto lì. Facendo tutta la trafila il mio sogno era arrivare lì, poi magari non pensavo di restarci così a lungo, anche se era un obiettivo. Poi è venuto tutto da sé. È stato una cosa bellissima, in famiglia a parte papà tutti milanisti, anche i miei amici. Era destino. Tante foto con la maglia del Milan anche prima che ci giocassi quindi era un obiettivo». C’erano altre squadre su di te oltre al Milan? «Sì c’era il Brescia ma ero troppo piccolo, mia mamma mi disse che era presto per andare lì, ma sono arrivati solo per primi. Anche l’Atalanta un anno prima del Milan, ma io ho scelto subito il Milan. A ripensarci per i miei era il doppio della distanza. La difficoltà era più alta. Io vivo tra Brescia e Bergamo quindi era più comodo, arrivare a Milano era più complicato, ma la fede milanista in famiglia ci ha portato a questo». &nbsp;Com’era andare a scuola con la tuta del Milan già da piccolo? Che tipo eri a scuola? «Mi piaceva divertirmi, ero un ragazzo molto attivo sempre. Non mi è mai piaciuto andare a scuola vestito da Milan, a meno che non fossi obbligato. Non volevo, già da piccolo, far vedere questa cosa perché non fa parte del mio carattere, cercavo di rimanere nelle mie. Tanti miei amici lo facevano, a me non interessava più di tanto, ma era una cosa da vantarsi, una cosa bellissima. Anche con i miei amici già a 11 anni era difficile. Fare avanti e indietro non è stato semplicissimo perché comunque tante ore lontano da casa era tosta. I primi due anni volevo andare via già io perché era difficile per un bambino. Facevo il tragitto casa-Milano con i ragazzi più grandi della Primavera e facevo fatica sinceramente. Poi i miei mi hanno detto di provare, continuare ed è andato tutto bene fortunatamente». Com’era il viaggio, come arrivavi a Milano? &nbsp;«Ho cambiato due scuole all’inizio per essere ancora più comodo. Andavo verso Brescia, per poi tornare a Milano. Veniva mia mamma dopo lavoro, lei usciva prima da lavoro, veniva a prendermi, mangiavo in macchina un piatto freddo: pasta, panino o quello che era e mi portava a Bergamo, a Dalmine per poi andare a Vismara. La rottura era più per mamma che per me, è ovvio che mangiare in macchina non era bellissimo, però per qualche anno era così. I pranzi erano spuntini in macchina ed arrivare a casa alle 20. Era più un sacrificio per mia mamma che per me perché non navigavamo nell’oro e il tempo e il denaro investito era tanto».</p>]]>
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      <title>Il rigore MALEDETTO di ROBERTO BAGGIO ||| Usa '94</title>
      <pubDate>Wed, 07 Jul 2021 09:37:20 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>🧿 Il rigore di Roberto Baggio 🧿 &nbsp;Probabilmente sapete tutti cosa sta per accadere. Pasadena 7 luglio 1994, Finale dei Mondiali di calcio. Italia-Brasile si decide alla lotteria dei calci di rigore. Roberto Baggio sta posizionando il pallone più importante della sua vita sul dischetto. Si è diretto verso gli undici metri partendo dal centrocampo con uno sguardo intenso, uno sguardo che dice tutto. Scruta il portiere avversario, pensando a come batterlo. Ai piedi indossa le Diadora “Match Winner” create appositamente per lui. Il nome di quelle scarpe non poteva essere più corretto per descrivere il suo percorso in quella competizione. Quel marchio, sponsor della Nazionale dal 1986 e al quale il divin codino si è legato indelebilmente, ha un significato ben preciso: “condividere gioie ed onori”. È ciò che ha fatto con i suoi compagni, con lo staff, anzi con una nazione intera durante tutto il Mondiale. In quel preciso istante però si sta caricando sulle spalle anche gli oneri di essere il giocatore decisivo, l’uomo sul quale tutti ripongono le speranze. L’unico modo per continuare a sognare è realizzare quel maledetto rigore. Tutto dipende da lui. Ma come si è arrivati a quel punto? Chi c’è in campo? Cosa stanno provando i protagonisti di quella sfida? Questo è un momento iconico e per capire cosa sta per accadere bisogna riavvolgere il nastro. Dopo la delusione in Italia ‘90, dovuta alla sconfitta, ai calci di rigore, in semifinale contro l’Argentina di Maradona, e la mancata qualificazione agli Europei del ‘92, la FIGC punta ad una vera e propria rivoluzione: alla guida della Nazionale arriva Arrigo Sacchi. Il profeta di Fusignano ha terminato da poco la sua avventura al Milan con risultati incredibili. In rossonero ha cambiato la storia del calcio portando i suoi concetti di pressing alto, fuorigioco e difesa a zona. Il nuovo tecnico azzurro cerca di riorganizzare la Nazionale come fosse un club. Prova tantissimi giocatori, cerca attentamente quelli più adatti al suo gioco, scartando a volte quelli più talentuosi ma meno funzionali ai suoi schemi. I suoi allenamenti sono severi, vuole che vengano affrontati con la stessa intensità di una partita. Il percorso della nuova Nazionale però è in salita. Nella prima partita per le qualificazioni al Mondiale americano del ‘94, gli azzurri pareggiano incredibilmente 2 a 2 contro la Svizzera. Dopo essere addirittura andati in svantaggio di due reti.&nbsp;</p>]]>
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      <title>GIANLUCA MANCINI ||| Dalla PROVINCIA alla SERIE A</title>
      <pubDate>Wed, 30 Jun 2021 07:59:25 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>È il 5 dicembre 2019. La Roma sta preparando la sfida contro l’Inter a San Siro. I giallorossi sono negli spogliatoi ed Edin Dzeko scherza con Gianluca Mancini: «Attento che domani non la vedi mai, Lautaro e Lukaku non ti faranno dormire». Con quella frase, il bosniaco gli da scattare qualcosa nella testa. La carica di cui aveva bisogno. Contro i nerazzurri sarà un trionfo: Mancini è insuperabile, la Roma non subisce gol e Lautaro sbatte più volte contro quel muro, quello con la 23 sulle spalle. Una maglia che ha scelto per il suo idolo, Marco Materazzi. Uno di quelli che nel 2006 ha alzato al cielo la Coppa del mondo e che, per tanti ragazzi che adesso giocano in Serie A, è più di un modello. La prima volta in cui ci aveva parlato non aveva neanche 20 anni. Si era appena trasferito a Perugia, la prima volta lontano dalla sua Toscana, provando a diventare grande nel cuore dell’Umbria. Poca esperienza, qualche partita non proprio positiva ma un talento individuabile a occhio nudo. Pierpaolo Bisoli, l’allenatore di quel Perugia, lo schiera in difesa. Gioca alto, esponendosi a tanti rischi. E forse anche per questo, spesso, è costretto a osare. Scrive a Materazzi per chiedergli qualche consiglio. Matrix segue il Perugia, ci ha giocato per due volte, l’ultima prima di andare all’Inter. Gli dice: «Continua così, sei giovane ed è normale che, vedendoti come una promessa, sei anche il primo a cui vengono date le colpe. Ma stai andando bene». Dopo quel confronto con il suo idolo, Mancini resta fuori qualche partita, prima di non lasciare mai più il campo. Il suo viaggio è appena iniziato. Al centro della difesa della squadra di Bisoli, il suo primo tecnico tra i professionisti.</p>]]>
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      <title>La PARTITA PIÙ PAZZA di SEMPRE ||| Barbados - Grenada</title>
      <pubDate>Fri, 25 Jun 2021 09:43:29 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>⬜ La PARTITA PIÙ PAZZA di SEMPRE ||| Barbados - Grenada ⬜ &nbsp;</p><p>Quante volte avete ascoltato la frase: “Nel calcio ne ho viste di tutti i colori”. Parole che sono diventate un mantra. Basta una polemica, un torto arbitrale, un comportamento fuori dalle righe e subito qualche addetto ai lavori la tira fuori come un asso dalla manica. Alcune volte calza alla perfezione, altre, spesso nella maggioranza dei casi, è esagerata. Una cosa è sicura: chiunque abbia ripetuto o pensato questa affermazione, non era seduto al “National Stadium” di Saint Michael, Barbados, il 27 gennaio 1994. E, quasi sicuramente, non si è mai gustato nemmeno un filmato di questo elogio della follia. Perché ciò che successe quel giorno, più che una partita di calcio, è stato il trionfo del mai visto. Del tutto e contrario di tutto. &nbsp;Andiamo con ordine. La Caribbean Cup è la massima competizione per nazionali dell’area caraibica. È organizzata dalla Caribbean Football Union, che a sua volta fa parte della CONCACAF, la federazione calcistica di Nord e Centro America. Per molti anni, questo modesto torneo ha rappresentato l’unico biglietto da visita per le squadre isolane per entrare nel calcio che conta. Chi vinceva, infatti, era direttamente qualificato alla Gold Cup, che ancora oggi è il trofeo più importante in quella parte di Mondo dove il calcio non sempre è lo sport più seguito. &nbsp;L’edizione ’94 si disputa ad aprile a Trinidad e Tobago, che è anche una delle favorite alla vittoria. Le qualificazioni si svolgono a gennaio dello stesso anno. Venti squadre divise in 6 gruppi: 2 da 4 squadre e 4 composti da 3. Ogni team gioca partite di sola andata: la prima classificata di ogni gruppo si qualifica alla fase finale. Come è lecito aspettarsi, l’attenzione su questo evento è minima. Il livello del football nel Caribe è molto basso. Fatta eccezione per Cuba nel ’38 e Haiti nel ‘74, nessuna selezione &nbsp;è mai approdata ai Mondiali. E poi, il 1994 è proprio l’anno della Coppa del Mondo. E si gioca, per la prima volta, negli Stati Uniti. È normale pensare che l’attenzione degli appassionati sia rivolta a quella competizione. Difficile immaginarsi la stessa attenzione per un più che pronosticabile Trinidad – Martinica in finale.</p>]]>
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      <title>LA STORIA DI ELENA LINARI x CALCIOSOCIALE</title>
      <pubDate>Tue, 22 Jun 2021 14:01:03 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>Abbiamo intervistato Elena Linari, calciatrice della A.S. Roma e della Nazionale Italiana.&nbsp;</p>]]>
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      <title>CLAUDIO MARCHISIO: L'INTERVISTA</title>
      <pubDate>Sat, 19 Jun 2021 09:29:25 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>FUTSAL - «Ci troviamo in un nuovo palazzetto, quello della L84. Una nuova realtà di calcio a 5. Mi ha preso subito, da fuori pensavo che sarebbe stato semplice, avendo giocato ad alti livelli. E invece c’è tanto lavoro dietro: tanta tecnica, tanto movimento, è uno sport faticoso e divertente, la partita non si ferma mai. Ci possono essere cambi di risultato velocissimi, siamo nel clou della stagione e spero che riusciremo a salire in A1. Si punta a vincere, c’è una grande struttura. Dietro c’è una famiglia che ha costruito non solo la squadra, ma anche uno dei settori giovanili più importanti d’Italia. L84 collabora con la Juventus per insegnare il calcio a 5 ai piccoli. Neymar, Douglas Costa, sono arrivati da questo sport. Stanno iniziando a portare la tecnica di base del futsal nel calcio a 11, e viceversa. Sono due sport che sembrano uguali, ma non è così. Si vive di tanti 1 contro 1, quelli che ci entusiasmano nel calcio a 11: qui è sempre così, anche per il portiere». &nbsp;INFORTUNIO - «Ho imparato che la squadra è importante, ma nei momenti di infortunio fa tantissimo l’aria di casa tua. La famiglia, gli amici. Da infortunato, anche quando vai al campo, viaggi a una velocità diversa. Sì, sei con loro nello spogliatoio, ma vanno a una velocità diversa: fisica e mentale. Devono preparare la prossima partita. Tu hai un percorso più lento, sei sul lettino e poi fai la seconda parte in palestra. Non vivi quei momenti di squadra. Soprattutto in questo periodo, dov’è ancora più difficile muoversi, trovare la serenità a casa, quando sei giù perché il rientro in campo lo vedi lontano, è fondamentale. Chi è a casa con te vive alla tua velocità e può aiutarti a superare l’ostacolo». &nbsp;JUVENTUS - «Vivo con dei mal di pancia in più, la guardo in tv e non allo stadio. La vivo con la passione che avevo da giocatore. Vedere da fuori certi momenti, soprattutto quest’anno con alcuni intoppi, non è facile. Quando eri calciatore, anche se perdevi, la scaricavi nello spogliatoio o in campo. Adesso sono un tifoso. La pandemia mi ha aiutato a fare questo stacco dalla carriera professionistica. I primi mesi ero pronto, avevo preso una decisione ponderata, ma cercavo sempre un po’ il campo, anche solo girando in macchina. E mi tornava la voglia. La pandemia mi ha aiutato a staccare totalmente da quello e stare 100% sulle mie attività».</p>]]>
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      <title>IL PROGETTO CALCIOSOCIALE</title>
      <pubDate>Thu, 17 Jun 2021 09:51:39 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>«Calciosociale è un progetto di inclusione sociale. È cambiare le regole del calcio per ridiscutere le</p><p>regole del mondo».</p><p>Parole speciali di una persona speciale, Massimo Vallati, un sognatore forse, ma con le idee</p><p>chiarissime e un’ambizione che in un buona parte è stata già costruita e raggiunta.</p><p>Un obiettivo, una missione, uno scopo, si potrebbe chiamare in tanti modi, più semplicemente, la</p><p>consapevolezza di fare del bene per stare bene, tutti assieme.</p><p>Siamo a Roma, quartiere Corviale, zona a sud-ovest della città, distante circa 10 chilometri dal</p><p>Colosseo. La periferia grigia, quella che trasuda angoscia, cosparsa di crimine, degrado e</p><p>malavita, dove il cemento soffoca e annienta il germogliare della vita, senza che i bambini</p><p>possano godersi l’orizzonte e il cielo, intrappolati tra palazzi che ingabbiano senza un reale</p><p>confine.</p><p>Più precisamente siamo sotto al Serpentone, controversa opera architettonica lunga ben 958</p><p>metri e costruita a scopo di edilizia sociale. Il classico blocco immenso di appartamenti, ormai</p><p>quasi tutti occupati abusivamente. Per tanti è un’altra Scampia, un’altra vela sgonfia che non</p><p>viaggia verso alcuna destinazione.</p><p>Ma è proprio nella malinconia di questo quadro spettrale, in cui il tempo sembra scorrere a</p><p>velocità ridotta, che il calcio e l’amore hanno saputo riportare gioia, aggregazione, condivisione.</p><p>«I principi e i valori proposti da Calciosociale si esprimono attraverso il gioco del calcio inteso</p><p>come metafora della vita: riusciamo così a promuovere i valori dell’accoglienza, del rispetto delle</p><p>diversità, della corretta crescita della persona e del sano rapporto con la società.</p><p>Lavoriamo affinché i bambini, i ragazzi e gli adulti recuperino il gusto dell’onestà e siano esempi</p><p>positivi per un corretto sviluppo della comunità.</p><p>Ogni nostra iniziativa ha uno scopo prettamente pedagogico, di elevato spessore qualitativo e dal</p><p>valore psico-terapeutico: la nostra attenzione è rivolta sulle capacità e non sugli handicap presenti</p><p>nei soggetti considerati difficili».</p><p>Non a caso, la struttura di Calciosociale si chiama Campo dei Miracoli.</p><p>Su questo prato sintetico si gioca un calcio diverso, rivoluzionario, quasi inconcepibile, ma al</p><p>tempo stesso unico e speciale, come ricorda Massimo.</p>]]>
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      <title>Il TRIONFO della ROMA 2001 ||| Dalla CONTESTAZIONE allo SCUDETTO</title>
      <pubDate>Wed, 14 Apr 2021 13:40:05 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>“Questo team ha le basi per compiere il salto di qualità’. Sono qui per vincere lo scudetto”. Siamo alla fine di maggio del 1999. La stagione si e’ appena conclusa quando Franco Sensi, imprenditore petrolchimico e numero uno della Roma da sei anni, annuncia il nuovo allenatore dei giallorossi. Via Zeman, ottimo come personaggio, meno come trainer, dentro un uomo reduce dal primo fallimento della sua carriera in panchina e da un anno sabbatico passato a fare il telecronista per la Nazionale. E’ stato giocatore della “Lupa” negli anni Sessanta ed ora, nonostante un’annata disastrosa, punta subito in alto. Come si evince dalle sue prime dichiarazioni. Si chiama Fabio Capello. Poco importa se il campionato 1998-99 si e’ chiuso con un quinto posto ad una distanza siderale dal Milan. “La societa’ è venuta a cercarmi nel momento giusto. Avevo deciso di prendermi dodici mesi di pausa e ora sono pronto a ripartire” così’ il neo tecnico durante le sue prime interviste a Trigoria. Il presidente si frega le mani: per riportarlo in panchina c’era la fila, ma lui ha scelto Roma. “Mi cercavano in tante, negli ultimi giorni il Betis Siviglia e il Paris Saint Germain mi hanno fatto due offerte importanti. Ma non come quella della famiglia Sensi”. E a chi gli chiede che si obiettivi si pone, la risposta, concisa e diretta, racconta tanto dell’uomo Capello: “Ripetere ciò’ che ho fatto nella mia prima esperienza a Milano”. I tifosi sono spaccati a metà’. C'è’ chi sogna davvero di tornare sul gradino più’ alto d’Italia dopo troppo tempo e chi ritiene che sia un percorso lungo, in una Serie A ultra competitiva come quella di fine anni Novanta. E poi, vincere nella capitale, in quell’ambiente, dove tra i giornali e le mille radio locali la pressione è’ altissima, e’ una missione quasi impossibile. Il calciomercato porta in dote Montella ad agosto e, quando tutto è’ ormai compromesso, Nakata in inverno. Lo scudetto arriva si’ in citta’, ma sulla sponda biancoceleste. Mentre i rivali festeggiano, a Trigoria si leccano le ferite. Sesto posto in campionato (peggio dell’anno prima), fuori ai quarti in Coppa Italia dal Cagliari e agli ottavi in UEFA per mano del Leeds. L’ambiente inizia a perdere serenità’, i dubbi del primo momento crescono. E se la parabola del mister fosse davvero in discesa? Dopo l’undicesimo posto del Milan ’97-’98, siamo al secondo flop consecutivo. La società’, però’, non fa una piega, il dg Lucchesi e il ds Baldini confermano l’allenatore e gli costruiscono una grande rosa, merito di una campagna acquisti di alto livello: Samuel, Zebina, Emerson, Guigou e soprattutto, il top player che mancava. Da Firenze, arriva Gabriel Batistuta. Con questa squadra e le cessioni di alcune seconde linee, il guanto di sfida alla Lazio e’ ufficialmente lanciato.</p>]]>
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      <title>MILAN-LIVERPOOL 3-3 ||| Champagne e follia a ISTANBUL</title>
      <pubDate>Fri, 19 Feb 2021 10:47:01 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>Istanbul. &nbsp;Per un tifoso del Milan questa parola ha perso il suo reale significato. Non c’entra niente con la Turchia, né con Bisanzio, Costantinopoli o l’Impero romano d’Oriente, quando viene nominata nessuno pensa nemmeno per un istante al Grande Bazar o al Ponte sul Bosforo. Istanbul significa sconfitta, vuol dire la più grande delusione di una vita intera. &nbsp;&nbsp;Il 25 maggio 2005, allo stadio Ataturk, si è giocata la finale di Champions League più incredibile della storia. Molto più anche di quella di Barcellona del ’99 tra Manchester United e Bayern Monaco, quando Sheringham e Solskjaer ribaltarono i tedeschi nei minuti di recupero. &nbsp;Ci sono eventi che segnano le nostre vite, che restano in affitto in qualche stanza della memoria. Ognuno di noi, che sia milanista o meno, sa esattamente dov’era quella sera. Tutti abbiamo un ricordo legato a Istanbul. &nbsp;Di fronte alla sceneggiatura di Milan-Liverpool anche il regista più sadico e geniale resterebbe a bocca aperta. E il risultato, 3-3 con rimonta dei Reds in 6 minuti, sarebbe solo il titolo un po’ clickbait per attirare il pubblico in sala. A rendere quella finale la più epica e dolorosa della storia del calcio, sono gli episodi, i singoli gesti umani e tecnici. Milan-Liverpool è una tragedia greca cruda e vera, e a distanza di 15 anni l’unico modo per raccontarla è studiando le testimonianze di chi quella notte era in campo e ha avuto il coraggio di parlare. Di chi a fine primo tempo ha percorso l’infinito tunnel che porta agli spogliatoi dello stadio Ataturk da eroe ed è risalito da sconfitto. E di chi aveva perso ogni residua speranza, ma ha dormito accanto alla coppa. Questo è Istanbul, questo è Milan-Liverpool.</p>]]>
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      <title>Quando PELÉ rubò la COPPA al Milan ||| La BOLGIA del Maracanã</title>
      <pubDate>Thu, 11 Feb 2021 22:59:35 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>⬜ Quando PELÉ rubò la COPPA al Milan ||| La BOLGIA del Maracaná ⬜ &nbsp;Coppa Intercontinentale 1963 &nbsp;“Se non interessa al Milan, allora sentirò l’altra campana” . Queste parole, sibilline e pesanti come una minaccia, sono state pronunciate pochi giorni prima del 14 novembre 1963. Il luogo non è certo, ma potrebbe essere un qualsiasi hotel di Rio de Janeiro. Siamo alla vigilia di un match storico: per la prima volta un club italiano si gioca la Coppa Intercontinentale, il torneo che mette di fronte la vincitrice della Coppa dei Campioni e i trionfatori della Copa Libertadores. Andata e ritorno tra Europa e Sud America per decidere chi sarà la squadra più forte del mondo per quell’anno.I rossoneri di Luis Carniglia se la devono vedere contro il Santos, che non è un team qualsiasi. È, da sempre, la casa del più grande giocatore della storia: Sua Maestà Edson Arantes do Nascimiento in arte Pelè. L’atmosfera è, da tradizione latinoamericana, molto calda. L’ambiente ribolle per la partita, anche se il Diavolo arriva in Brasile forte del vantaggio della gara vinta a San Siro un mese prima. Ma quella frase, che è arrivata anche alle orecchie del Direttore Tecnico Gipo Viani, non può far dormire sonni tranquilli. Anche perchè sembra non l’abbia pronunciata una persona qualsiasi, ma un signore argentino che di nome e cognome fa Juan Regis Brozzi e che di mestiere fa l’arbitro.</p>]]>
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      <title>Il GOL da UN MILIARDO di STERLINE ||| La NASCITA della RIVALITÀ tra LIVERPOOL e CHELSEA</title>
      <pubDate>Wed, 03 Feb 2021 18:13:10 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>🔴 🔵Il GOL da UN MILIARDO di STERLINE ||| La NASCITA della RIVALITÀ tra LIVERPOOL e CHELSEA 🔴 🔵 &nbsp;Il biondo con la maglia numero 30 indosso arriva da lontano. Da un posto dove tutto puoi pensare di trovare, ma mai e poi mai un calciatore: la Groenlandia. Da ragazzo è arrivato prima in Danimarca all’Aalborg, e, in seguito, la sua scalata l’ha portato nel club che, per antonomasia, sa scegliere, crescere e lanciare i giovani più forti del Continente. L’Ajax. È in tutte le liste dei papabili campioni del futuro. Gli osservatori riempiono l’Amsterdam Arena per lui. Ci siamo, ormai è fatta. Invece, qualcosa si blocca. L’esplosione tanto attesa non arriva e Jesper Gronkjaer diventa uno dei tanti. Ha talento, ma non quanto basta per arrivare al top. Chi arriva ad acquistarlo, però, è il Chelsea targato Claudio Ranieri. L’ala danese disputa due convincenti stagioni, ma sarà la sua terza a Stamford Bridge a trasformarlo in un eroe indimenticabile. Già, perché se i Blues sono diventati un top team europeo e se l’odio verso i londinesi da parte del Liverpool è aumentato a dismisura, il merito o la colpa è da attribuirsi in gran parte a questo esterno destro venuto dai ghiacci del mare Artico.<br>
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</p>]]>
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      <itunes:subtitle>🔴 🔵Il GOL da UN MILIARDO di STERLINE ||| La NASCITA della RIVALITÀ tra LIVERPOOL e CHELSEA 🔴 🔵 &amp;amp;nbsp;Il biondo con la maglia numero 30 indosso arri...</itunes:subtitle>
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      <title>Il GIORNO in cui Ronaldo MORÌ per un MINUTO</title>
      <pubDate>Sat, 30 Jan 2021 08:55:15 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>® Il GIORNO in cui Ronaldo MORÌ per un MINUTO ® &nbsp;Siamo in Brasile, a Rio de Janeiro, è il 13 luglio 1998. Il giorno prima allo Stade de France di Saint-Denis si è giocata la finale dei Mondiali tra i padroni di casa della Francia e il Brasile. Ronaldo Luís Nazário de Lima, l’attaccante più devastante del pianeta, il più idolatrato e famoso, colui che a soli 21 anni ha già umiliato intere difese avversarie, scende la scaletta mobile dell’aereo che sta riportando a casa la Nazionale, tenendosi al corrimano. Barcolla il Fenomeno, rischia di cadere a terra ad ogni passo. È un uomo fragile, debole, è il fantasma di sé. Lo stesso che la sera prima è sceso in campo da titolare contro la Francia, giocando la peggior partita della sua carriera. &nbsp;Perché un atleta così giovane e forte ha difficoltà a scendere la scaletta di un aereo? Perché nella formazione ufficiale che il Brasile ha comunicato alla FIFA un’ora prima del match, Ronaldo non compariva tra i titolari? Perché il medico della Nazionale non ha più potuto esercitare la professione da quel giorno? E perché mai il parlamento brasiliano ha istituito una commissione d’inchiesta su quella partita? Per rispondere a queste domande e ricostruire la storia del mistero che aleggia su Ronaldo e sulla finale del Mondiale francese, dobbiamo riavvolgere il nastro e andare al 6 maggio 1998. L’Inter strapazza la Lazio in finale di Coppa Uefa e Ronaldo dopo una prestazione da urlo segna il gol del 3-0 superando Marchegiani con un doppio passo entrato di diritto nella storia del calcio. Solo l’ultima perla di un’annata praticamente perfetta del Fenomeno. &nbsp;Ecco, immaginate di avere il mondo ai vostri piedi, a 21 anni. Chi ha avuto la fortuna di vedere la stagione 97-98 di Ronaldo, non avrà dubbi nel definirla la più spettacolare e dominante del brasiliano. Pallone d’Oro, uomo copertina conteso tra i più grandi sponsor del mondo e incubo di ogni difensore. Anche dei più duri dell’epoca come Nesta, Maldini e Cannavaro, messi più volte in imbarazzo dall’attaccante dell’Inter. Se oggi moltissimi lo ritengono il più forte di sempre è anche, e soprattutto, per quei 12 mesi incontenibili. Quelli in cui per fermarlo servivano le manieri forti, molto forti. (clip di legnate e fallo Iuliano) La Nazionale brasiliana guidata dal ct Mario Zagallo arriva a Francia ’98 da favorita assoluta e forte di un contratto con Nike da 160 mln di dollari. Lo sponsor statunitense incentra tutta la campagna di lancio sul ragazzino di Bento Ribeiro e la pubblicità “The Airport” diventa un cult assoluto, facendo schizzare il pezzo Mas que nada in cima a tutte le classifiche mondiali. Nella clip c’è anche un cameo di Eric Cantona, il vero simbolo degli spot firmati Nike, protagonista sia del lancio di USA ’94 che di quello dell’Europeo ’96, con il leggendario “Au revoir” che chiude l’iconica sfida contro i demoni all’interno di un anfiteatro tremendamente simile al Colosseo.</p>]]>
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      <title>Le PEGGIORI SCONFITTE a TAVOLINO della storia del calcio</title>
      <pubDate>Sat, 12 Dec 2020 13:57:08 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>🔘 Le PEGGIORI SCONFITTE a TAVOLINO della storia del calcio 🔘 &nbsp;&nbsp;Il campionato 2020/2021 in poco più di due mesi ha già visto succedere di tutto o quasi. Tra giocatori positivi al Covid, esami di italiano “semplificati” per top player e partite decise a tavolino, il calcio è stato protagonista più fuori che dentro il rettangolo verde. Per esempio il caso del romanista Diawara. Lo scorso 19 settembre, per l’anticipo della prima giornata, i capitolini sono di scena al “Bentegodi”. L’avversario è l’Hellas di Juric e il match finisce 0-0. Un buon punto in una trasferta insidiosa, che però, nel giro di un giorno, viene trasformato in sconfitta. Il ragazzo con la maglia 42, infatti, era stato schierato per quasi 90 minuti, nonostante fosse fuori dalla lista consegnata dai giallorossi. Il Giudice Sportivo assegna il 3-0 a tavolino ai veneti che così si guadagnano i primi tre punti in classifica. Passano due settimane ed e’ in programma Juventus – Napoli. La storia è nota: l’ASL campana blocca la squadra di Gattuso che a Torino non si presenta. Dopo dieci giorni di attesa, ecco arrivare la sentenza: 3-0 per i bianconeri piu’ un punto di penalizzazione per gli azzurri. Le polemiche impazzano, ma il pallone, nel corso della sua ultracentenaria storia, ha vissuto match con situazioni molto più particolari. Talmente particolari da richiedere l’intervento della Giustizia Sportiva.</p>]]>
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      <title>ALESSANDRO NESTA 13 ||| Il DIFENSORE che ha cambiato il RUOLO</title>
      <pubDate>Thu, 03 Dec 2020 13:33:46 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>🔵 ALESSANDRO NESTA 13 ||| Il DIFENSORE che ha cambiato il RUOLO 🔵 &nbsp;Quando da piccoli abbiamo calpestato per la prima volta l’erba di un campo di calcio, ognuno di noi si è fatto guidare dall’istinto. C’è chi si è diretto a difendere i pali della porta, chi ha portato palla e senza pensarci l’ha scagliata dentro la rete avversaria e chi si è fermato a pochi metri di distanza dal limite dell’area, con le spalle rivolte alla propria porta per attendere l’attaccante da affrontare. &nbsp;Ognuno di noi in quel preciso istante ha fatto una scelta. &nbsp;Ora sono pronto a scommettere con voi. Sono sicuro che se vi dovessi chiedere: «Secondo voi Alessandro Nesta, il primo in giorno in cui è sceso in campo, dove decise di schierarsi?» rispondereste quasi tutti nella maniera sbagliata. Il piccolo Sandro, infatti, da bambino fino alla Primavera della Lazio sceglie di ricoprire il ruolo di centrocampista. In qualche occasione, data la sua tecnica sopraffina, viene anche schierato come ala destra. &nbsp;Solo dal 1993, dopo essere stato aggregato alla prima squadra a diciassette anni, comincia a lavorare per apprendere conoscenze specifiche in altri ruoli. Il colpo di scena, il primo di questa incredibile storia, accade il 13 marzo 1994. Dino Zoff, mister della Lazio, lo fa esordire come terzino destro al minuto settantotto di contro l’Udinese. &nbsp;È l’inizio della leggendaria carriera del calciatore che riscriverà le regole del gioco.</p>]]>
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      <title>FRANCESCO TOTTI ||| L' esordio del PRESCELTO</title>
      <pubDate>Fri, 06 Nov 2020 16:09:06 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>📀 FRANCESCO TOTTI &nbsp;||| L' esordio del PRESCELTO 📀 &nbsp;È il 28 marzo 1993. La Roma sta per scendere in campo a Brescia. È la 25 esima giornata di campionato e la stagione dei giallorossi è praticamente segnata. Sono noni a 26 punti. Il Milan è ormai imprendibile e nella capitale i tifosi sono scontenti. Tutti si aspettavano una grande annata dopo che in panchina si è seduto il mitico Boskov, colui che era riuscito nell’impresa di conquistare uno scudetto, una coppa delle coppe e due coppe Italia con la Sampdoria. Il secondo tempo di quella gara non regala grandi emozioni, il risultato è già scritto e tutti attendono solo il triplice fischio. &nbsp;I tifosi probabilmente stanno guardando la partita con poco interesse. La realtà è che sta per accadere qualcosa. Qualcosa che gli addetti ai lavori stavano aspettando. Nell’ambiente tutti sanno che c’è un giovane che sta dando spettacolo con la primavera e sono curiosi di vedere se è pronto per il grande salto. All'88 esimo minuto sta per entrare, quel ragazzino ha solo 16 anni. Poco tempo prima era semplicemente un bambino timido, quasi spaventato dal confronto con gli adulti ed ora sta per debuttare tra i professionisti. Qualcuno lo guarda incuriosito, ma nessuno sa che quel biondino diventerà la più grande bandiera della storia della lupa.</p>]]>
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      <title>La TIFOSERIA più TEMUTA d'Europa ||| MILLWALL FC</title>
      <pubDate>Fri, 16 Oct 2020 09:41:22 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>🔵 Millwall ||| La tifoseria più temuta d'Europa 🔵 &nbsp;“No one likes us, we don’t care”, “Non piacciamo a nessuno, ma non ci interessa”. Dobbiamo partire da qui, da quel motto cantato a squarciagola sulle note di Sailing di Rod Stewart che molti tifosi hanno tatuato sulla loro pelle, per capire davvero cosa significhi essere del Millwall. &nbsp;Una squadra che non ha mai vinto un trofeo, che ha disputato solo 2 stagioni nella prima divisione inglese, tra il 1988 e il 1990, e che ha passato la maggior parte della sua storia fra la seconda e la terza serie del campionato britannico. &nbsp;Ma che nonostante tutto ciò, è conosciuta in ogni angolo del pianeta. &nbsp;Perché se sei un Millwall sai di non piacere a nessuno, sai che sarai destinato ad essere diverso, emarginato, unico. &nbsp;Facciamo qualche passo indietro, siamo nella Londra vittoriana di fine ‘800, dove in mezzo al boom economico e artistico della Belle Époque caratterizzato da stabilità, floridezza economica ed espansione commerciale e coloniale, c’è spazio anche per un maniaco assassino con una fissa per le prostitute: è chiamato Jack lo squartatore e agisce a pochi km di distanza dalla Isle of dogs, l’Isola dei cani, dove nel 1885 &nbsp;nasce il Millwall Rovers.</p>]]>
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      <title>MINO RAIOLA ||| Da CAMERIERE a RE DEL MERCATO</title>
      <pubDate>Fri, 16 Oct 2020 09:11:02 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>❌MINO RAIOLA ||| Da CAMERIERE a RE DEL MERCATO❌ &nbsp;Siamo in Inghilterra, nel bel mezzo di una conferenza stampa organizzata da un ex giocatore di rugby. Ospite d’onore Alex Ferguson che sta rispondendo alle domande dei ragazzi. Ad un certo punto l’ex allenatore dello United esclama “È un sacco di merda”. Tutti i presenti in sala scoppiano ridere, ma non il manager scozzese che rimane impassibile. Anzi sembra quasi essere irritato. Non per la domanda del ragazzo, ma al solo pensiero dell’uomo di cui sta parlando. Non è da lui. Chiunque ascolti per la prima volta queste parole si domanderà sicuramente di chi si tratta. Chi è quella persona che gli ha fatto pronunciare quella frase? Perché Sir Alex, uno dei più grandi allenatori della storia del calcio, è sempre stato un signore dentro e fuori dal campo. Quasi mai una parola fuori posto, sobrio ed elegante.E allora chi è quest’uomo che lo fa adirare a tal punto da perdere il suo aplomb? É un italo-olandese che nel 1985, mentre Ferguson si apprestava a vincere il suo terzo campionato scozzese con l’Aberdeen, che lo avrebbe poi proiettato sulla panchina dei Red Devils, serviva ai tavoli di un ristorante italiano in Olanda. Si, avete capito bene, un semplice cameriere. Un cameriere che con il passare degli anni, grazie alle sue incredibili capacità diventerà una delle persone più potenti del mondo del calcio. Simon Kuper, giornalista del Financial Times lo descrive così “Un grasso e occhialuto italo-olandese è forse il più influente tra gli agenti del calcio mondiale”. &nbsp;Stiamo parlando ovviamente di Mino Raiola.</p>]]>
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      <title>Perché KULUSEVSKI è il giocatore PERFETTO per la Juve</title>
      <pubDate>Tue, 29 Sep 2020 15:27:25 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>Il 24 novembre 2019 il direttore sportivo della Juventus Fabio Paratici è in tribuna al Dall’Ara per assistere a Bologna-Parma. Gli bastano appena 17 minuti perché la sua attenzione venga catturata: Dejan Kulusevski con un sinistro a giro piazza di prima intenzione la palla in un angolo impossibile per Skorupski. Chiuderà la partita con 7 conclusioni tentate, 5 dribbling, 2 passaggi chiave e 1 palo colpito da posizione simile. Man of the match a mani basse e biglietto da visita lasciato nel taschino di Paratici. In realtà le prime settimane dello svedese in Serie A erano state letteralmente impressionanti. A fine settembre a 19 anni e 5 mesi, Kulusevski risultava il più giovane giocatore dei top 5 campionati europei ad aver partecipato attivamente ad almeno 4 gol, con 1 rete e 3 assist. A metà ottobre aveva fornito 5 assist in appena 8 partite, la metà di quanti ne aveva regalati nell’intera stagione precedente nella quale aveva vinto il campionato Primavera con l’Atalanta. Tuttavia il suo impatto destabilizzante con il calcio italiano e con quello professionistico in generale, non va ricercato nei numeri in campo, nei numerosi record di precocità già battuti e nemmeno nei 35 milioni di euro più 9 di eventuali bonus che la Juventus ha deciso di spendere quando ancora sembrava un investimento a scatola chiusa, ma piuttosto nella sensazione che sia un giocatore già fatto e finito.</p>]]>
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      <title>La notte in cui Guardiola SEQUESTRÒ PIRLO per portarlo al BARCELLONA</title>
      <pubDate>Wed, 23 Sep 2020 14:41:24 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>La sera del 25 agosto 2010. Siamo al Camp Nou e si sta per disputare una partita importantissima. Non è quella che si svolge in campo per il trofeo Gamper tra il Barcellona e il Milan, la classica sfida estiva in onore dello storico fondatore del club catalano, ma quella che avviene tra gli spogliatoi e i corridoi dello stadio. I protagonisti di quella notte fondamentalmente sono 3 e sono giocatori che hanno scritto pagine importantissime di questo sport: Ronaldinho, Ibrahimovic e Andrea Pirlo. Tre fenomeni che stanno vivendo momenti completamente differenti della loro carriera e che durante quella sera hanno la possibilità di riscrivere la storia. Quella serata ha rappresentato uno snodo cruciale per gli assetti futuri del calcio europeo.<br>
<br>
<br>
</p>]]>
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      <title>Il DISASTRO del Barça ||| Le cause del DECLINO</title>
      <pubDate>Thu, 17 Sep 2020 21:51:57 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>“Sono anni che al Barcellona non c’è un progetto e provano a tappare buchi per salvare la stagione in corso”.&nbsp;</p><p>Questa secondo noi è la frase chiave pronunciata da Leo Messi nell’intervista a Goal Espana dopo il burofax inviato al Barcellona. Uno dei tanti schiaffi che la Pulce ha dato al presidente Bartomeu e alla dirigenza attuale, ma sicuramente anche il più utile per capire davvero i motivi che si nascondono dietro la crisi del Barça e soprattutto la sua scelta di lasciare il club al quale aveva giurato amore eterno. &nbsp;&nbsp;Il 25 novembre 2012, durante Levante-Barcellona, al minuto 14 Dani Alves si fa male. Tito Vilanova manda in campo al suo posto Martin Montoya facendo entrare La Masia, lo storico settore giovanile del Barça, per sempre nella storia del calcio. Per la prima volta il Barcellona schiera 11 canterani su 11 e spazza via 4-0 il Levante in trasferta. Il punto più alto del vivaio blaugrana, la perla nata nel segno di Johan Crujff e resa leggendaria da Pep Guardiola, che nel 2010 aveva visto 3 suoi figli dominare il podio del Pallone d’oro. Xavi, Iniesta e Messi, prodotti de La Masia, così come 9 dei 23 Campioni del Mondo in Sud Africa lo stesso anno. Reina, Victor Valdes, Puyol, Piqué, Busquets, Xavi, Iniesta, Fabregas e Pedro. La filosofia della cantera del Barcellona ha costruito le fondamenta della generazione più dominante e longeva di sempre, sia a livello di club che di Nazionale. Una macchina perfetta, che ha però bisogno di grande coraggio e attenzione per funzionare. Due elementi che negli ultimi 10 anni sono mancati e i risultati disastrosi della prima squadra non sono altro che lo specchio fedele di ciò che è accaduto al settore giovanile del Barça. &nbsp;Come si è passati da schierare 11 canterani nel 2012 contro il Levante a 0 nel 2018 contro il Celta Vigo? Come è stato possibile non leggere neanche un nome di giocatori cresciuti nel vivaio blaugrana nella lista dei convocati per l’ultimo Europeo Under 21 vinto dalla Spagna? &nbsp;Prima di dare risposte a queste domande scomode, dobbiamo conoscere a fondo la storia e i segreti de La Masia del Barcellona.</p>]]>
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      <title>I CARTELLINI che hanno CAMBIATO la STORIA del CALCIO</title>
      <pubDate>Fri, 21 Aug 2020 09:15:40 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>Dietro ad una partita di calcio c’è un percorso di anni, di prove, di errori. Lo sport che amiamo si è evoluto sotto tanti aspetti ed uno dei più importanti è stata l’introduzione di nuove regole. Per esempio oggi per noi è normale assistere alla pressione di un attaccante che prova a rubare palla al portiere, dopo che quest’ultimo ha ricevuto il retropassaggio dal proprio difensore. La realtà è che fino al 1992 non era così. Infatti, fino a quel momento l’estremo difensore aveva la possibilità di raccogliere il passaggio del difensore e giocarla con le mani. Una situazione che permetteva alle squadre di fare melina negli ultimi minuti di gioco per portare a casa il risultato. Per evitare questo Fifa e Uefa si sono dovute adattare introducendo l’abolizione del retropassaggio al portiere. Quella regola cambiò la storia del calcio, trasformando di conseguenza anche il ruolo del numero uno. Luca Marchegiani in un’intervista ricorda quel momento “Ci trovammo spiazzati, capimmo subito la portata del cambiamento e abituarsi non fu semplice. Oggi i ragazzi imparano a usare bene i piedi fin da piccoli”. Quella direttiva ha permesso al calcio di entrare nel futuro. Un futuro al quale ora stiamo assistendo e che incorpora ancora una norma che, tra tutte quelle che sono state inserite e tentate, è sicuramente tra le più influenti di sempre. Stiamo parlando dell’introduzione dei cartellini.</p>]]>
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      <title>La storia di JURGEN KLOPP ||| Da PERDENTE a LEGGENDA</title>
      <pubDate>Fri, 21 Aug 2020 08:58:10 +0000</pubDate>
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        <![CDATA[<p>Guardando il percorso professionale del tecnico tedesco la domanda sorge spontanea: come si può passare da essere considerati uno degli allenatori più perdenti della storia ad essere considerati uno dei migliori di sempre? La risposta si può individuare solamente analizzando l'incredibile carriera di Jurgen Klopp.</p>]]>
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